Il segretario fece l'ambasciata, e mentre si prepara ad introdurre i nostri due personaggi, daremo una breve occhiata alla camera, ossia al gabinetto.
Era questo assai spazioso e prendeva luce da due grandi finestre; i cristalli delle quali dalla parie del davanzale tutto di marmo bianco erano diafani, ciò perchè la luce assai più dolce penetrasse sul banco di mocogon, avanti il quale stava il grand'uomo: alle finestre eranvi ricche portiere di mussolina d'India a fiori di ricamo e a grandi festoni di seta verde. Un divano di raso parimente verde occupava con semicerchi la stanza: e davanti al banco si vedevano alcuni sgabelli di mocogon imbottiti pure di raso verde. Il pavimento era coperto di un finissimo tappeto di Persia a vivacissimi disegni, e solo la parete alla quale il padrone voltava le spalle era coperta da uno scaffale di mocogon nel quale vedevansi collocati libri di ricche rilegature, opere tutte che erano il balsamo delle idee correnti, ossia la loro essenza distillata. Sul banco si miravano un elegante lume a tripode, due magnifiche pistole ed una quantità di carte di ogni genere, tutte spiegate, quali a forma di lettere, quali a forma di cartolare. Nel resto, le pareti erano adorne di quadri, di carte geografiche; e dal soffitto dipinto a fresco, rappresentante Giove nell'Olimpo attorniato dai maggiori dei, pendeva una lampada con cristallo diacciato. Il sapiente vestiva un'ampia zimarra di lana del Tibet a fiori, a larghe maniche, ed aveva in piede delle pianelle di elegantissimo lavoro e di stoffa preziosa.
I due entrarono senza far cerimonie, così con i cappelli in capo, e serrarono la porta dietro di loro. Bruto, come macchinalmente, stese le mani sulle due pistole.
—Ah! ah! ti facciam paura? gridò Alfredo cacciandosi avanti e dando in uno scroscio di risa.
La parola: «Chi siete voi», che era venuta sul labbro di Bruto, vi spirò senza esser proferita, in quantochè non alla cangiata fisionomia di Alfredo, ma a quella di lui voce sì bene conosciuta ravvisò l'antico collega: onde in un subito slanciatosi dalla sedia incontro,
—Poffar di Bacco! gridò, chi vedo mai! Alfredo, e certo tu, Giovanni.
—Sì, mio buon amico, presero a dire simultaneamente i due, siamo noi.—
In questo dire si reciprocarono i più cordiali abbracci.
Nella fisionomia del demagogo, a malgrado del riso sardonico abituale, si leggeva un evidente dispetto, ed infatti pensava in sè: Che vengono qui a fare costoro? forse per carpirmi il frutto di mie fatiche? oh! ma saprò presto sbarazzarmene. Quindi:
—Ah! miei cari, assidetevi qua, qua: rinasco alla vita vedendovi. Quanto tempo! quanti anni! e sopratutto tu, o Giovanni…. Ma poffare! tu sei invecchiato di molto; come te la passi? hai moglie, hai figli? su via, anelo di saper tutto di voi; e di te pure, Alfredo: ma qui starete male, passeremo nel mio appartamento.