Il più alto ceto era quello dei ricchi e dei mercanti, i quali nella loro semplicità stavano almeno tranquilli che il sonno che avrebbero preso nel giorno dopo d'una festa da ballo non sarebbe stato interrotto dall'arrivo nelle loro case di quell'uomo poco simpatico chiamato il Cursore, latore di quei fogliettini altrettanto antipatici chiamati volgarmente Precetti, coserelle non fuori d'uso oggidì.

Ma intanto l'ora del festino è sonata, i suonatori si trovano al loro posto. Le carrozze ruotano per la via Ferdinanda. Si sentono lo scoppiettío delle fruste e le bestemmie dei vetturini impazienti ed il fruscío delle scarpe di coloro che, non avendo vettura, si recano alla danza a piedi. Gl'istrumenti dell'orchestra si accordano, e la bella Rosina insieme colla madre trovasi a far gli onori del convito, ricevendo le invitate e gl'invitati.

CAPITOLO III.

Festa da ballo in maschera.

Gli appartamenti della signora Guglielmi sfolgoravano per cento accesi doppieri. Le sale erano magnificamente addobbate; tappeti di soprafino lavoro inglese screziati a mille colori cuoprivano morbidissimi il pavimento; le suppellettili di squisito gusto dimostravano tutto il lusso e la galanteria di una dama francese. Numerosi tavolini da giuoco erano apparecchiati per i militari invalidi, per coloro che amavano più la fortuna che il ballo; in una parola, vi era laggiù tutto il comodo di rovinarsi nella salute e nella borsa. Così vanno le cose quaggiù e così sono andate di secolo in secolo e così andranno fino alla fine del mondo.

Le danze erano cominciate da qualche tempo, e noi, sorpassando alcuni salotti di danzanti, ci arresteremo un momento in una stanza parata di damasco celeste, dove, vicino ad un caminetto sul quale ardono legna odorose, sta un tavolino attorno a cui giuocano la signora Guglielmi, un uffiziale, un finanziere ed una mascherina elegante in dominò bianco sul cui cappuccio vedesi accuratamente cucita una camelia rossa uguale a quella che mirammo nel gabinetto privato di Rosina. Si giuoca di grosso, poichè è carnevale; lasciamoli fare.

—Ventuno a quadri, disse con garbatezza madama Guglielmi guardando senza tirarli a sè i sedici zecchini della partita; sarebbe forse la mia posta?

—Con perdono, madama, esclamò il finanziere; mi duole veramente, ma avendo or or succhiellato l'ultima carta, metto in tavola trentuno a picche.

—Mi rallegro con voi, replicò madama Guglielmi deponendo le sue carte sul tavolo; ho troppa fretta e spesso mi trovo delusa nelle mie speranze: ma adagio, signor finanziere, vi esorto a non cantar vittoria; imperocchè vedo quella mascherina la quale sotto la visiera forse forse riderà di noi, e sta per succhiellare la quarta carta. Aspettiamo la di lei decisione.

—È giusto, disse il signor uffiziale; io non ho punti da mostrare.—