—Semprechè io, con vostra buona grazia, avessi la volontà di farmi accarezzare le spalle da gente che puzza di cucina.
—Termine agli scherzi. Ditemi qual è l'arma che sceglierete e prima di tutto l'esser vostro.
—Adagio, adagio, signor mio: quanto all'arma, io sono nemico del sangue; compatitemi, non sono ufficiale: quanto all'arma, siccome è una cosa tutta mia, scelgo i dadi.
—Come i dadi?
—I dadi ed un bicchier di veleno; la cosa è comodissima. Voi vedete, signor uffiziale, che non vi è bisogno di padrini, non si fa chiasso: questa sera stessa, in mezzo ad una festa, ritirati in un salotto appartato, noi ci mettiamo tranquillamente a sedere su di un sofà; si ordina un punch e da me o da voi vi si versa una dose di veleno; nessuno se ne avvede, oh! al certo nessuno bada ai segreti che possono avere un uffiziale e una mascherina. Da uno dei tavolini prendiamo i dadi, ne gittiamo la sorte, chi perde ingola il punch, si asside sul sofà ed attende tranquillo, come fece Socrate, di passare all'altro mondo. Chi vince si allontana cantarellando un'arietta di Rossini e si reca alla sala delle danze.—
Il militare guardava stupefatto la mascherina; e con voce di meraviglia:
—Voi scherzate.
—Non scherzo mai, replicò questa ed alla voce soave che aveva usata fino a quel momento fe' succedere un accento grave e severo. Non scherzo, no, mai non ho scherzato al mondo, e molto meno lo farei con voi; ma se mai credeste in me viltà, mirate (e in così dire trasse dal dominò due pistole). Voi vedete, aggiunse riprendendo la solita vocina flebile, che io potrei fare uso delle armi da fuoco, potrei, rimettendo l'affar del duello a domani, eludere la vostra vigilanza, i vostri desiderii; ma no, le cose vanno fatte subito, o non mai.—
Alfredo non sapeva che dire, tanto il linguaggio della maschera lo sorprendeva altamente.
—Giovane capitano, la maschera continuò, ora che conoscete con qual'arme io intenda di battermi, sul che non mi potete contradire, è giusto che io vi dica il mio nome.—