La sala del gran mastro è già ripiena della folla de' congiurati.

È mezzanotte: la squilla lugubre di un oriolo a pendolo l'annunzia con dodici tocchi; i quali simultaneamente vengono ripetuti dall'orologio della piazza d'arme e del lazzaretto, dalle campanelle delle sentinelle che vanno mutando di fazione. La notte è cupa, nessun lume si vede nei dintorni di San Iacopo, la spiaggia è deserta.

Ma già l'ora fatale è nuovamente rimbombata per l'aere nei suoi dodici tocchi. Il sotterraneo è già pieno dei più fedeli al giovane entusiasta. Egli è al primo posto della tavola rotonda ed ha innanzi a sè alcune carte importanti; le pareti sono illuminate dalle faci che noi abbiamo già descritte. Giovanni batte tre colpi su uno scudo di bronzo che ha sopra la gran tavola. Il più cupo silenzio regna fra i radunati. Giovanni spia per quella folla onde vedere la testa dell'amata, di Esmeralda e di Alfredo; le sue indagini sono vane: egli batte tre tocchi nuovamente sul grave scudo, e l'eco li ripete per quei vasti sotterranei; tutti i radunati s'inginocchiano.

—Esmeralda? grida il giovane capo.

Nessuno risponde.

—Alfredo? esclama allora impaziente.

Nessuno risponde.

—Rosina? grida più vivamente ed appassionatamente il capo.—

Nessuno risponde.

Un personaggio però inaspettato, che produsse un misterioso terrore su quella fanatica assemblea, si presentò sulla porta.