Il buon frate, senza dargli agio ad ultimare la frase, sollevata la fanciulla, che tutta ilare e fuor di sè lo seguiva, stupida a segno da non volgere nè anche uno sguardo all'amante diletto, si avviò per il tenebroso corridoio.

Alfredo voleva seguirlo: ma un gelo lo sorprese in mezzo al cuore, le membra ricusavano prestarsi al più piccolo movimento; invano tentò chiamare aiuto, poichè il labbro era incapace di proferire un accento. Era la mano di Dio che lo voleva liberare dall'abisso; egli cadde spossato a piè della scala che metteva all'appartamento superiore.

L'oste, l'ostessa, Concetta e tre o quattro beoni i quali stavansi nella cucina non si fecero veruna meraviglia mirando passare il frate colla fanciulla sotto il braccio. Costoro ne vedevano tante delle cose straordinarie in quella taverna che nulla vi era che potesse farli stupire. Padre Gonsalvo, giunto che fu sulla via, si fece più celeremente che potè al ponte della Crocetta, sempre traendo seco la vaga giovane; e veduta là una vettura, fatto cenno al cocchiere di fermarsi, fe' in quella salir la fanciulla ordinando, salitovi egli stesso, al cocchiere di partir di galoppo per Pisa. Il vetturino non fiatava ed obbediva all'istante, conoscendo il ricco padre abate: e chiunque abbia idea di Livorno sa qual rispetto porti la plebe per l'abito e pei rusponi dei ricchi monaci di Montenero. Ei non fece motto nè interrogazione: e poi quando mai i vetturini interrogano sul contegno, sia pure misterioso, dei loro avventori se questi hanno pingue la borsa?

Durante il viaggio, la povera Esmeralda, sempre fuor di sè stessa, non parlò di altro che della madre. Il monaco non le rispose mai, lasciandola in quello stato di aberrazione mentale che dava una tinta indefinibile al viso angelico dell'adorabile creatura. Conservando il silenzio, ripensava in sè stesso alle inesplicabili vie della provvidenza. Quanti casi erano succeduti in poche ore! quanti altri avevano a succederne, e come s'incalzavano gli avvenimenti con incessante celerità! Faceva duopo di togliere ad Esmeralda la facoltà d'indurre il giovane amante a recarsi all'assemblea, e ciò era riuscito quanto al salvare ella stessa; ma, per essere sicuro che il giovane non precipitasse in quel periglio, era duopo di tutta l'energia di Gonsalvo, il quale, tratto disotto la tonaca un ricco oriuolo, vedendo essere le sei pomeridiane ed avanzare sei ore alla mezzanotte, mise un sospiro doloroso, pensando a quanto ancora rimanevagli a fare.

Era evidente il pericolo che presentava per i congiurati la riunione alle catacombe; dappoichè, come il frate ben pensava, tal ritrovo doveva essere ormai scoperto ai magistrati dopo la morte dello sgherro e la cattura dell'altro birbante. Era duopo non solo liberare Alfredo e Rosina, ma sì pure quel misterioso individuo amatore di quest'ultima, che, in conseguenza delle scoperte fatte, il buon frate tenea per certo esser fratello di Esmeralda, e quell'istesso Giovanni da esso tenuto bambino sulle ginocchia, quel Giovanni così sensibile ed intelligente! E come salvare anche lui? Dove trovarlo? Come sperare di ridurlo, avendo inteso da Rosina esser egli un uomo straordinariamente tenace in ogni sua volontà? Ciò superava di troppo le forze del buon monaco: il tempo stringeva; bisognava trasportare Esmeralda al luogo di sicurezza da lui ideato; bisognava pensare ad Alfredo e Rosina, tornare a Livorno e pur anco al convento: sebbene quanto al convento gli desse ciò meno inquietudine, avendo egli, come superiore, la facoltà di rientrarvi a qualunque ora di notte; ma pure avrebbe amato tornarvi, onde non dar sospetto ai monaci, che son piuttosto curiosi. Il buon frate in tanta ambascia era pur sempre frate, e perciò con religiosa rassegnazione esclamò fra sè stesso: Io farò tutto quello che uomo al mondo può fare; il resto si abbandoni alla volontà di Dio. Padre Gonsalvo per certo non andava errato, misurando tutto il pericolo a cui giovani sconsigliati andavano incontro se fosse stato scoperto il luogo del loro clandestino ritrovamento e vi fossero stati côlti sul fatto.

Le leggi erano le più severe e rigorosamente osservate in tal maniera; troppo premeva alla pubblica quiete l'estinguere le cospirazioni col sangue dei cospiratori; e mentre il vigile magistrato dopo la rivelazione di Topo aveva saputo doversi nella notte congregare i congiurati tutti nella sala delle catacombe, pensò essere inutile pel momento il farsi dal masnadiero palesare i nomi dei congiurati stessi, ma meglio essere colpirli sul fatto nel luogo medesimo del loro delitto, ed a ciò fare avea drizzato tutte le sue mire. Intanto era giunta a Livorno notizia che altre congiure erano state sventate in diverse provincie e puniti di morte alcuni dei cospiratori ed altri tratti in catene. Il carbonarismo ognun sa come in quell'epoca avesse l'ultimo crollo: ed il magistrato già si rallegrava del bel colpo che era per fare. Ma lasciamo che costui si adopri in proposito e torniamo a padre Gonsalvo.

Sonavano le otto all'orologio della torre pretoriale di Pisa che già le reverende madri di Santa Chiara avevano tra le loro sante mura la infelice ed appassionata Esmeralda. Le melodie dell'organo, i sacri cantici, le tenere cure di quelle ancelle di Dio se calmata avevano l'effervescenza della giovane Americana, non le avevano restituito la ragione, che Dio le avea tolta onde liberarla da più tremenda sciagura.

Padre Gonsalvo, ritornato a Livorno intorno alle dieci ore, assicuratosi che Rosina era nelle mura della casa materna, che Alfredo vi era ritornato dopo la burrascosa scena dell'osteria dei Tre Mori, dette opera ad alacremente provvedere che il suo favorito Giovanni sfuggir potesse all'estremo periglio; ma vi riuscirà egli? Lo vedremo a momenti.

Si avvicina mezzanotte. Giovanni, ignaro di quanto era successo alla sorella e ad Alfredo, ai due subalterni Cacanastri e Topo, fino dal mezzodì se ne stava intanato nella sala delle catacombe ricevendo ad uno ad uno i più diligenti fra i congiurati: aveva con loro svolto varie carte, ammonendoli a star saldi nella decisione che erano per prendere nella futura notte. Giovanni fidava nel grande ascendente che aveva su Rosina, sopra Alfredo, sulla entusiasta Esmeralda, per esser sicuro che eglino non avrebbero mancato di intervenire alla notturna assemblea; e già aveva segnati i capitoli delle operazioni imminenti, da cui presagiva un esito felicissimo.

Ma a qual pro, diranno i lettori, volea Giovanni fare intervenire alla tenebrosa assemblea una timida e dilicata fanciulla qual'era Rosina? Giovanni in ciò aveva le sue buone o cattive ragioni: ei voleva sempre più impressionare i settari che nulla a lui era impossibile; e d'altronde era vago di brillare in faccia all'amata fanciulla nell'apogeo della sua gloria. Le catacombe eran per lui il suo mondo, il suo seggio; era là che poteva comandare ed essere obbedito, di là dettar leggi all'universo; giovane di ventisei anni, bisogna compatirlo se ei bramava dare ampia idea della propria potenza alla donna del suo cuore: e questa è la ragione per cui bramava che Rosina venisse al convegno.