Lungo la via tutte le stazioni son piene di gente che ci saluta battendo le mani: in quella di Rieti oltre alla gente ed agli applausi ci troviamo anche dieci minuti di fermata, e noi ne approfittiamo volentieri per sorbire un caffè e per riverire la culla dei Flavii. Non appena ci rimettiamo in cammino il signore delle pendenze china a poco a poco la testa sul petto, chiude gli occhi e comincia a ronfare come un contrabbasso: lo lascio stare, ma quando arriviamo a Cittaducale, una città che nel mille e trecento fu messa da Roberto d'Angiò, duca di Calabria, su la groppa di un colle, ove sta ancora, io, infastidito dal suo russare, lo risveglio e gli chieggo premurosamente: — Scusi, che pendenza abbiamo?

— Le cinque meno venti. — mi risponde subito lui, guardando con gli occhi velati dal sonno l'orologio, e dopo un lungo sospiro se ne ritorna fra le braccia di Morfeo.

Il treno intanto attraversa in gran fretta una vasta pianura e s'arresta davanti ai Casali di Paterno. Un acuto odore di zolfo, due laghetti, in uno dei quali, secondo Dionigi d'Alicarnasso, c'era una volta un'isola galleggiante dedicata dai Sabini alla dea Vacuna, e alcuni ruderi informi ci informano che siamo nel luogo ove un tempo fiorì l'antica città di Cutilia, tenuta da Marco Terenzio Varrone come l'ombelico d'Italia, e famosa per le sue acque ferruginose e sulfuree, buone, anzi buonissime per guarire da qualunque malanno: tant'è vero che Vespasiano essendosene servito per curarsi di non so quale sua malattia finì col lasciarci imperialmente la pelle.

Oltre i Casali di Paterno il treno varca più volte su ponti di ferro il Velino, s'indugia in vallette amene e solitarie, passa dinanzi a casolari fumanti, penetra fischiando in gallerie nere di fuligine, ne esce fra nuvole di vapore, e, dopo qualche istante di riposo, incomincia a inerpicarsi, brontolando, sui fianchi dirupati di un monte dietro a cui sorgono altri monti coi fianchi coperti di faggi e con le cime risplendenti di neve. Il signore delle pendenze, che s'è risvegliato definitivamente, s'avvicina al finestrino della vettura; guarda tutto estatico i monti, gli alberi, la neve e il cielo; apre le braccia in atto di maraviglia ed esclama: — Questa è la Svizzera dell'Italia!

— È vero — soggiungo io. — Ma però, signor mio, se lei conoscesse l'Italia della Svizzera....

— In Svizzera non ci sono mai stato. — mi risponde lui.

— E io nemmeno. — gli rispondo io; e appena ho finito di dirglielo il treno manda una salva di fischi e si ferma. Siamo a Antrodoco.

***

Antrodoco giace in riva al Velino; e accerchiata com'è da gole profonde, ha la fortuna inestimabile di trovarsi ai piedi del monte Giano, in una posizione strategica di prim'ordine; la quale posizione le ha procurato il grandissimo piacere di essere stata distrutta e riedificata non so più quante volte e di essere stata sempre il teatro sanguinoso di orrende carneficine. Per tali ragioni essa, pur vantandosi di poter leggere il suo nome nel quinto libro della geografia di Strabone, non possiede nessuna reliquia illustre della grandezza passata. Difatti, quando vi andai, di cose e di case le quali mi rammentassero i tempi dell'insigne geografo greco, io non vi trovai se non l'albergo dell'Europa e il suo desinare. Però se alla piccola città abruzzese non è dato di poter mostrare ai visitatori nè mura, nè archi, nè terme, nè templi, nè castelli, nè torri, li può sempre rallegrare e confortare con la salubre abbondanza delle sue acque sane, limpide e sonanti, con la frescura delle sue valli ombrose, verdi e fiorite, e con la vista dei monti che le sono d'intorno e la proteggono, levando sul cielo immacolato, quando non è nuvolo, i loro capi venerandi canuti di neve.

Dopo il desinare i miei compagni aprirono una carta geografica e si misero a cercarvi il modo per salire sulla vetta del monte Giano; ed io, lasciandoli alla geografia, me ne andai a far quattro passi nelle vie solitarie della cittaduccia, illuminata senza risparmio dal plenilunio sereno, nella speranza di incontrarmi in qualche cosa degna di ammirazione.