Fui fortunato. In una strada che saliva dolcemente verso la campagna e vi si perdeva, m'imbattei in alcuni contadini che facevano una serenata. Un vecchio, soffiando nel cannello di una cornamusa e stringendosene al petto l'otre rigonfio ne traeva suoni gravi e solenni come quelli che talvolta s'odono echeggiare sotto le volte delle chiese: accanto a lui un giovinetto, alzando di tanto in tanto un braccio verso una finestrella illuminata da un modesto chiarore rossiccio, cantava con voce fresca, giusta, piana e soave: gli altri nell'ombra, avvolti in ampii mantelli scuri, con le spalle appoggiate al muro, fumavano, e, pestando coi piedi il terreno, accennavano il movimento e le divisioni del canto. Le parole appassionate del cantore salivano soavissimamente nell'albore lunare, quando dalla parte della via, ove sopra alle ultime case appariva un ceruleo ondeggiare di monti, venne il rintoccare di un campanaccio. Il vecchio staccò le labbra dal cannello del suo strumento, e, mentre l'otre gli si sgonfiava fra le braccia, disse ridendo: — Le pecore!

— Le pecore! — replicò il giovinetto.

E l'uno e l'altro si avvicinarono ai loro compagni, e tutti insieme, ridendo, sparirono nel vano oscuro di un angiporto.

I rintocchi del campanaccio si fecero più vicini; divennero più forti e una pecorella bianca uscì dall'ombra azzurra, che velava il fondo della strada, si guardò intorno sospettosa e si fermò, belando. Un'altra pecorella la seguì subito e le si strinse accanto. Ne vennero altre e poi altre, e poi altre ancora, e si fermarono tutte formando una massa compatta, biancastra ed immota. S'udì un fischio rapido e acuto, e due grossi cani neri saltarono innanzi, abbaiando. Le pecorelle ondeggiarono un poco e ritornarono immobili. Allora un pastore ne afferrò una per il collo, se la trascinò appresso per qualche passo e tutte le altre la seguirono. Quante ne passarono? Migliaia! Scaturivano dall'ombra come l'acqua da una sorgente, percorrevano un tratto di strada inargentato dalla luna, alzando ed abbassando la testa con moto uniforme, e scomparivano nell'ombra. Talora si fermavano tutte istantaneamente; ma un grido ed un sibilo bastavano a farle camminare di nuovo. Quante ne passarono? Migliaia! Non finivano mai! Quando finirono, dietro un vergaio, incominciarono a passare le capre. A branchi. Ogni branco era preceduto da qualche uomo intabarrato, che se allungava il passo mostrava di aver le gambe ricoperte da pelli villose, ed era seguìto da alcuni caproni barbuti i quali di tratto in tratto si alzavano sulle zampe posteriori e davano spettacolo, urtandosi fra di loro con le corna poderose. Appresso alle capre sfilarono asini e muli stracarichi di attrezzi pastorali, parecchie pecore azzoppate e diversi grossi cani con la gola coperta da collari di ferro irti di punte per salvargliela dai morsi dei lupi. Ultimo in fondo alla via, annunciato da un allegro tintinnìo di campanelli e sonagli, apparve un carretto. Venne innanzi trascinato da tre cavalli, adagio adagio, scricchiolando, e quando mi fu vicino si fermò. Sui carretto fra una confusione indescrivibile di arnesi di legno, di seggiole, di panche, di casse, d'imbasti, di fiscelle, di fagotti, di secchie, di caldaie e di canestre, insieme con una donna, c'erano tre vecchi, tutti inviluppati in ruvide coperte di lana bianca: tre patriarchi! Uno di costoro, con le spalle addossate a una cesta intessuta di salci, da cui uscivano belati argentini e tremolanti, cavò un braccio fuori dalla coperta e me lo stese chiedendomi qualche fiammifero.

— Da dove venite? — gli chiesi, dandogli la scatola dei cerini.

Dalla montagna.

— E dove andate?

Allo piano.

Il carretto riprese a camminare lentamente, sgretolando con le ruote cigolanti i sassi che incontrava sul terreno, e si allontanò barcollando fra un pittoresco alternarsi di ombre azzurre e di luci argentee, alle quali si unì per due o tre volte anche il chiarore rosso dei miei cerini; raggiunse l'estremo lembo della strada da dove veniva ancora qualche belato, e si dileguò nella notte.

Avevo già incominciato a dileguarmi anch'io e scendevo piano piano la via silenziosa, tutta piena dì polvere e di un grave lezzo caprino, ripensando alle emigrazioni delle genti ariane sui pingui altipiani dell'Asia bagnati dall'Indo, nonchè ai miei compagni, i quali forse mi aspettavano con impazienza sui non pingui altipiani dell'albergo dell'Europa bagnati dal Velino, quando dietro a me udii risuonare di nuovo gli accordi della cornamusa. Mi voltai. I contadini erano tornati ai loro posti e ripigliavano la serenata.