Io intanto m'ero seduto in un angolo di un canapè, su la cui stolta sdruscita ai ghirigori del tessuto si mescolavano schizzi di gesso e sberleffi di argilla secca.

— Dunque? — chiese il provinciale sempre sorridente, asciugandosi con un ampio fazzoletto turchino il sudore che gli scolava giù per le gote infiammate.

Lo scultore s'era avvicinato al cavalletto e aspettava, con le mani nelle tasche dei calzoni, fermo accanto alla testa di creta. Nel silenzio s'udiva il ronzio di un moscone impigliatosi in una tela di ragno su l'ultimo vetro del finestrone.

— Dunque? Il busto? — riprese il buon uomo sempre sorridendo e girando qua e là per lo studio gli occhi tondi.

— Eccolo. — disse alla fine il giovinotto, accennando la sua ultima creazione.

Ci fu un altro istante di silenzio; poi il provinciale smise di sorridere e appuntando l'indice teso verso il busto e gli occhi spalancati in volto all'artista, esclamò con voce rassegnata: — Questo è mio padre?

— Non le piace? — domandò il giovinotto, aggrottando le ciglia.

— Mah!

— Mah! caro lei — interruppe allora il mio amico animandosi — caro lei, dalla fotografia, capirà che si lavora a un di presso.

— Eh! Già! Capisco! La fotografia è un di presso — balbettò il pover'uomo; — ma la bona memoria di mio padre non aveva la barba.