— Non aveva la barba? E questa che cosa è? — dimandò allora lo scultore impazientito, mostrando al provinciale il ritratto da cui aveva ricavato il busto.

Il buon uomo lo prese in mano, e come l'ebbe guardato esclamò: — Ma questo non è mio padre!

Era avvenuto un equivoco deplorevole. Il fotografo incaricato di spedire all'artista la fotografia, in luogo di un ritratto ne aveva mandato un altro.

— Ed ora — chiese lo scultore — come s'accomoda? Lei m'ha mandato una fotografia, m'ha scritto di ritrarne un busto; il busto l'ho fatto. Dunque?

Seppi di poi come s'erano accomodati. Per venticinque lire di più sul prezzo stabilito, l'alunno di Fidia s'era impegnato a togliere la barba al busto, e a consegnarlo in tutto e per tutto somigliante al nuovo ritratto che gli sarebbe stato mandato.

***

La stanza vicina alla nostra era stata presa in affitto da tre pittori paesisti. Tre figure, che a vederle insieme non si poteva fare a meno di sorridere. Il primo, grassoccio, e alto come un granatiere, andava sempre attorno vestito con un costume di velluto che, a seconda della maggiore o minor quantità di luce che vi pioveva sopra, cangiava di colore. Perciò lo chiamavano il camaleonte. Il secondo, un giovinetto lungo, secco e nervoso come una donna isterica, portava sempre in dosso una lunga palandrana nera, sempre sbottonata, che gli scendeva fino alle calcagna; l'ultimo, basso e tarchiato, con la faccia grassa come una luna piena, con una selva di capelli rossastri e ricciuti, girava per il mondo, tanto d'estate quanto d'inverno, con un soprabito verdastro e un paio di stivaloni alla scudiera. I primi due più che dipingerlo il paesaggio, lo ragionavano. Il terzo ascoltava sempre i suoi compagni accigliato e silenzioso, e all'ultimo, quando i due per il lungo parlare restavano senza voce, chiudeva tutte le discussioni con queste parole: — Non si può essere esclusivisti. È questione di coscienza. L'arte è una laguna.

Il camaleonte non ammetteva che si potesse togliere nemmeno un filo d'erba dalla scena che si ricopiava dal vero. L'altro invece gridava con la sua vocetta di galletto di primo canto, che il vero si deve copiarlo non come si vede, ma come si ama. E lui, lo amava come lo avevano amato Claudio di Lorena e il Pussino. Nutriva un odio furioso contro gli ortolani, e faceva risalire a quei poveri lavoratori della terra la causa della mancanza di buoni maestri di paesaggio.

— Ma se piantano gli alberi dove non stanno bene! — gridava, torcendosi come una biscia. E soggiungeva subito: — Fino a quando gli ortolani e i vignaroli non conosceranno il Liber Veritatis del grande Claudio, — e qui, se lo aveva in testa, si levava il cappello — fino a quando essi non sapranno piantar gli alberi dove devono essere piantati perchè stiano bene nel paesaggio, non avremo mai grandi paesisti. E io preferirò sempre di farmelo da me il mio paesaggio e di compormelo come lo amo io.

Allora il camaleonte, faceva una carica a fondo contro Claudio di Lorena; e quello dai capelli ricciuti, dondolando il suo testone, ripeteva invariabilmente: — Non si può essere esclusivisti. È questione di coscienza. L'arte è una laguna.