Una sera, ricordo, ci eravamo fermati in un paese a ristorarci. Al momento di partire il trentino mancava all'appello. Andammo in parecchi, battendo sentieri diversi per rintracciarlo, ed io, dopo di avere inutilmente urlato più volte il suo nome, stavo per tornarmene indietro, quando mi venne agli orecchi il suono flebile di un violino che miagolava l'inno di Garibaldi. Pensai subito che il giovinetto dovesse essere innanzi a quello strumento: infatti, com'ebbi superata una rupe, lo trovai davanti a quattro figure grottesche di suonatori: quattro contadini che noi avevamo scacciato poco prima ed egli aveva seguiti per far loro suonare i nostri inni patriottici.

Mi fermai commosso; poi me gli avvicinai e gli dissi: — Vieni! Si parte! Andiamo!

Eh! ciò! Che furia! — mi rispose; e dopo di avere pagati i suonatori, i quali, riposti gli strumenti nelle borse di panno, se ne andarono per un sentiero che si perdeva in un bosco di abeti, mi seguì esclamando: — Ti capissi che gh'averò da star chissà mai quanto tempo senza sentirla più 'sta musica benedeta!

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Il sole era già alto quando, dopo un malagevole cammino, arrivammo innanzi ad una caverna scavata dalle acque di un fiume che va a gittarsi nel Brenta. La grotta viene chiamata il Buso, e si crede, non senza ragione, che in certe notti vi si diano convegno l'orco, le streghe e i sanguanelli: nani piccolissimi e saltellanti, per lo più vestiti di fiamme, i quali godono moltissimo quando possono scompigliare le chiome dei bimbi o annodare inestricabilmente le code e le criniere dei cavalli. Poco lungi dalla caverna ride un candido santuario fabbricato in onore della Vergine da un eremita di Agordo. Ci fermammo pochi istanti accanto alla chiesetta, poi, mentre un'aquila roteava sul cielo, ripigliammo la via. A un certo punto uno di noi fermandosi esclamò ridendo: — Sembriamo contrabbandieri! — Nessuno gli rispose; ma a me quella esclamazione fece tornare in mente una malga che pochi dì innanzi avevo visitato sul Pian della Fugazza: una malga, ove cinque contrabbandieri accumulavano, coprendole di strame e di stracci, molte cassette di latta piene di spirito. Debbo dirlo? Quei cinque contadini idioti in mezzo a tanto spirito, mi fecero tanta nausea che mi rammaricai di non essere una guardia doganale. Ma già, se fossi stato una guardia doganale, forse non avrei fatto niente di meglio di quello che faceva quel finanziere che incontrai poco dopo: il quale, fischiando il quartetto del Rigoletto, se ne andava a spasso, con la daga sul fianco, col fucile ad armacollo e con un romanzo sbrendolato di Paul de Kock che gli usciva allegramente dallo sparato della tunica sbottonata.

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Davanti alle prime casette di Valstagna trovammo due stendardi di mussolina bianca, rossa e verde, legati in cima a due antenne, e un calzolaio in maniche di camicia, il quale, abbandonati sul deschetto unto due paia di stivali da rattoppare, andava incollando sulla porta di una vecchia osteria il suo giovanile entusiasmo o, per meglio dire, alcune strisce di carta rossa sulle quali chi sapeva di lettere poteva forse anche leggere: «W. gli Alpinisti». Due asinelli biondi, attaccati ad una carretta piena di casse, di bauli, di valige e di fagotti, presenziavano muti e seri il lavoro del calzolaio. Intorno alla carretta dormivano in terra molte donne e moltissimi bambini: erano emigranti che abbandonavano i loro paesi per andare a lavorare in quelli d'America. Il crosciare delle acque del Brenta conciliava il sonno di quella povera gente, e il sole, battendo in cima alla porta della bettola, illuminava senza risparmio un antico leone di marmo, il quale aprendo le ali e mostrando il Vangelo su cui c'era scritto: «Vino e Cucina» pareva che dicesse, ruggendo a voce bassa: — Oh! guardate un po' anche a me la sorte a qual duro ufficio mi ha serbato! Oh! guardate un po'!

Mi allontanai commosso, e seguitando una strada in riva al fiume, poco dopo, entro una trattoria modestamente intitolata Il Mondo ritrovai i miei compagni in una stanza piena di sole, di oleografie patriottiche e di mosche.

Eravamo tutti già da un pezzo là dentro a mangiare quando insieme al suono di un organino che balbettava il miserere del Trovatore entrò nella stanza un vecchio senza un braccio.

Uno di noi, osservando come il poveretto sotto la giacca rattoppata lasciasse vedere una camicia rossa, gli domandò: — Sei stato con Garibaldi?