— Sì — rispose il vecchio.
— Allora guarda là, guarda là! — ripigliò il nostro compagno accennandogli una delle oleografie appese al muro, nella quale era volgarmente effigiata una battaglia garibaldina. Il mutilato si avvicinò lentamente alla oleografia e rimase immobile con la testa alta a guardarla. Mi accostai anch'io ad osservarla e avendo visto fra le figure dei combattenti quella di un frate, mi volsi al vecchio e gliela indicai.
— Oh — egli mi rispose subito, sorridendo — in Sicilia con noi ce n'erano parecchi. Poi, dopo un istante di silenzio seguitò: — Ne ricordo uno piccolo, nero, agile come una scimmia. Quando aveva caricato il fucile s'inginocchiava e recitava una preghiera: poi si alzava e bum! Un borbonico cadeva in terra. Tirava benissimo. Una volta gli chiesi perchè recitasse quelle orazioni prima di sparare, ed egli mi rispose: — Raccomando l'anima di quello che ammazzo.
Mentre il garibaldino parlava, sempre guardando l'oleografia, dalla porta spalancata venivano più che mai strazianti i gemiti dell'organino; poi s'udì una girandola di stonature e il suono cessò. Allora egli s'aggiustò sulla spalla la manica vuota della giacca, cavò fuori dalla camicia un piattino di stagno, e girò per la stanza a mendicare qualche soldo.
Quando mi tornò accanto non appena mi vide mettere la mano in tasca per trarne una moneta, ritirò prontamente il piattino e accennandomi con lo sguardo la pipa che avevo accesa allora mi disse a voce bassa: — Mi regali piuttosto da fumare.
— Ma il fumo non esclude l'arrosto — gli risposi; e gli diedi un po' di tabacco e pochi soldi.
Più tardi, seguendo la strada in riva al Brenta per andare a Fonzaso, rividi ancora una volta il vecchio che aiutato da un ragazzo trascinava un piccolo carretto sul quale era legato l'organino.
Egli mi riconobbe da lungi. Fermò il carrettino, corse al manubrio e riprese a suonare il miserere del Trovatore. Lo salutai sventolando il cappello; lo risalutai ancora; poi entrammo tutti in un sentiero nell'ombra verde e trasparente di un bosco di querce e lo perdetti di vista.
***
Fra Valstagna e Fonzaso stanno i forti militari di Fastro e del Tombione: nell'attraversarli facendo stridere i chiodi aguzzi delle scarpe su le lastre di ferro dei ponti levatoi, guardando le torri, dalle cui finestre s'affacciavano, sbadigliando i cannoni, io non potei fare a meno di ripensare a quei tempi beati quando dugento fanti cum sui schioppetti over archibusi, riparati in una meschina ridotta bastavano a fermare un esercito. E i dugento fanti cum sui schioppetti mi accompagnarono fino alle porte di Fonzaso.