Oltrepassato il paese, sotto un gruppo di case, su la sponda del fiume Cismone, vidi da lontano una folla di contadini ferma attorno ad una carrozza su cui una figura ritta gesticolava energicamente. Credendo che fosse un ciarlatano il quale vendesse i suoi medicamenti specifici affrettai il passo. La figura ritta sulla carrozza era invece una povera pazza che veniva condotta via dal paese per esser forse rinchiusa in un manicomio. La poveretta, giovine e bella, urlava parole strambe, e agitando nell'aria le mani aperte, rideva, mentre copiose lacrime le colavano per le guance infiammate. I più vicini per chetarla, accarezzandola le sussurravano parole affettuose, con la gola stretta dal pianto; i più lontani ridevano.
La demente appena mi vide, protese verso di me le braccia, e, accennandomi a quelli che la circondavano, prese ad urlare: — Enrico! Enrico! Enrico! — Allora un uomo alto, pallido e barbuto si fece innanzi e diede al vetturino una valigia che questi si pose subito fra i piedi; abbracciò una vecchiarella vestita di nero che piangeva dirottamente; e ingrossando la voce, comandò alla mentecatta di sedersi. La disgraziata si rannicchiò in fondo alla carrozza tremando; l'uomo le sedette accanto, il vetturino schioccò la frusta, il cerchio dei curiosi s'aprì e la vettura sollevando nuvoli di polvere si allontanò rapidamente sulla via bianca arroventata dal sole.
Raggiunsi i miei compagni avendo negli orecchi le grida della pazza; e nella mente un tumulto di pensieri tristissimi. Sui lati della strada di tratto in tratto sulle rocce grigie fra folti cespugli d'erbacce giallastre appariva qualche croce di legno; in fondo alla valle di quando in quando un vecchio ponte vestito di erica e di piante salvatiche cavalcava il fiume veloce e sulle vette dei monti, coperti di oscure foreste di abeti, si scorgevano le rovine di grandi castelli popolate spesso di corvi neri e crocidanti e sempre di paurose leggende.
Mentre passavamo sotto uno di cotesti castelli il giovinetto trentino mi si accostò per dirmi con voce commossa che eravamo poco lontani dal confine. Non so più quali cose io gli dissi per consolarlo, ma ricordo che egli, seguitando a camminarmi accanto, sospirando, si tolse dal cappello le margherite, e le ripose a una a una, insieme con qualche lacrima, entro le pagine di un taccuino.
Dopo un poco mi afferrò per un braccio e forzandomi a restar fermo: — Varda! — mi disse, additandomi una casinetta bianca — Varda! La xe l'ultima casetta italiana.
Ci fermammo qualche istante a guardar la casetta che dall'alto di un poggio verde sembrava salutasse il fiume Cismone che arrivava fresco fresco dall'Austria e seguitammo la via.
***
Al Pontetto è il confine.
Uscendo dall'Italia, a destra sta la casa della imperial regia dogana; a sinistra quella dei nostri doganieri. Un'osteria è vicina alla casa italiana, e una stamberga di legno, sulle cui tavole imbiancate di recente si legge scritto col carbone: Otel zur Kaiser Krone, si appoggia alle mura della imperial regia dogana austriaca. Appena entriamo in un portico basso, ove sono allineate parecchie carrozze e legati molti muli e cavalli, un doganiere biondo e roseo, tutto vestito di nero, visita solennemente i nostri sacchi volgendosi di tanto in tanto a sorridere alla moglie del suo brigadiere, affacciata a guardare sulla porta della casetta austriaca.
— «Non contrabbando, signore?» — mi domandò l'imperial regio doganiere, dopo aver rovistato nel mio sacco, accennandomi alle tasche dalla parte del cuore e volgendosi ancora a sorridere alla donna.