— No. — gli risposi. E vedendo che la donna guardando il doganiere movea le labbra a un sorriso, pensando che egli forse non avrebbe potuto rispondere, come io risposi a lui, se il suo brigadiere indicandogli le tasche dalla parte del cuore gli avesse chiesto: «Non contrabbando?» mi allontanai.

Eravamo in Austria. Eppure non pareva. Intorno a noi gli alberi sorgevano lieti e verdi come quelli delle nostre terre; il Cismone spumeggiava fra i sassi, giù in fondo alla valle, così come lo avevamo visto spumeggiare poco prima nelle gole dei nostri monti; gli uomini ci salutavano, dicendo: «buon viaggio!»; le donne al pari delle nostre donne conducevano i buoi all'abbeveratoio; i cani abbaiavano scodinzolando attorno ai casolari, nè più nè meno dei cani delle nostre campagne: qua e là negli orti in riva al fiume le zucche fiorivano rigogliose simili in tutto alle zucche italiane, e gli asini ragliavano sonoramente col muso all'aria come gli asini dei nostri paesi.

— Allegro, tu! Allegro! — dissi allora al giovinetto trentino, picchiandogli sulla spalla, mentre scendevamo nella valle di Primiero, ma egli mi guardò con gli occhietti azzurri, e piegando il capo sospirò: — La xe un altra aria! La xe un'altra aria! — E in così dire due lagrime gli scendevano per le gote.

Seguitammo tutti a camminare in silenzio, e poco prima del cadere del sole arrivammo a Fiera.

La piccola città la trovammo appiattata fra il verde dei campi di canape e fra le piantagioni di tabacco in riva al Cismone, sotto alle cime della Pala di S. Martino, del Cimon della Pala, della Fradusta, della Rosetta e del Sasso Maggiore. Essa nel mille e trecento ebbe un glorioso succedersi di giorni lietissimi quando in un monte che le sorge accanto vennero scoperte alcune vene di argento. Allora una moltitudine di uomini, di donne, di vecchi e di fanciulli invase la valle silenziosa ove abitava il monte milionario. Oh! che giornata deve essere stata quella per lui che fin allora aveva vissuto selvaggio e solingo, quando un bel mattino risvegliatosi al primo apparir della luce e levato il capo dal roseo origliere di nubi udì da mille bocche cantar le sue lodi e sentì intorno a sè un festoso e continuo picchiare di mazze e di martelli. Certo che, se le avesse avute, il povero monte si sarebbe fregate le mani per l'allegrezza. Ma ohimè vennero anche per lui i giorni dolorosi della miseria, poichè tutta quella gente che gli era intorno vivendo alle sue spalle col suo argento, appena gli ebbe vuotate le tasche e gli ebbe tolto fin l'ultimo picciolo se ne andò altrove, senza neppur voltarsi a salutarlo, lasciandolo solo come un cane! Poveraccio! Il giorno che andai a fargli visita quando, dopo di essermi aperta con fatica una via fra selvette spinose di cardi e di piante cineree sotto i cui fiori gialli e violacei guizzavano i ramarri, io mi trovai dinanzi a una delle sue buche di dove tanta gente aveva tratto fuori tanta ricchezza, fui preso da una pietà così profonda che se non fossi stato vinto dal timore di offendere la sua dignitosa miseria gli avrei dato cinque lire.

Ma ora Fiera s'è data pace della fine delle sue miniere, le quali, come dice efficacemente un nobile scrittore, «appartengono alla storia», la quale non sa che farsene!, e vive modestamente, con quel poco che le è rimasto, in riva al Cismone, dove a chi ha la fortuna di andarla a vedere essa mostra subito quel che possiede: una chiesa gotica con un alto campanile a fianco, un teatro, un imperial regio capitanato distrettuale, un ufficio di posta e telegrafo, un negozio di generi di privativa, una bottega dove si vendono pipe tirolesi, si fabbricano dolciumi e si imbalsamano uccelli, un palazzone nero ove una volta si rinchiudevano le streghe, le donne possedute dal demonio, e, se si potevano acchiappare senza bruciarsi le dita, anche i sanguanelli; e nessun monumento a nessun grande uomo.

Tutte queste belle cose, meno l'ultima, s'intende, chi vuol vederle le trova subito, senza camminar molto, in tre vie che si distinguono coi nomi di contrada lunga, contrada di sopra e contrada di sotto, e in una piazza che non solo si chiama modestamente piazza di sotto; ma verso le cinque pomeridiane viene anche adoperata come sferisterio. Allora che vi andai, difatti, vi trovai sei giovinotti che vi stavano a giocare una partita alla palla. Avevo appena incominciato a seguire le sorti della partita quando un giuocatore mal destro mandò una palla sur una finestra del regio imperial capitanato distrettuale e un vetro andò in frantumi. Caspita! pensai subito, ora viene il regio imperial capitano distrettuale e ci impicca tutti; ma non avevo finito di pensarlo che invece del regio imperial capitano distrettuale venne un gendarme grasso e rubicondo con la canna di una lunga pipa di porcellana fra le labbra. Egli aprì adagio adagio la finestra, guardò il vetro rotto, sorrise e buttò a basso la palla che era rimasta sul davanzale, e dietro alla palla un'occhiata che pareva volesse dire: — Eh, cari miei, altre palle ci vogliono per farmi perdere la pazienza! — Poi sorrise di nuovo, richiuse adagio adagio la finestra e se ne andò.

I sei giovinotti ripresero, ridendo, il loro giuoco e un omino storpio accoccolato sopra una sedia seguitò a gridare con voce stridula i punti della partita.

***

Un delizioso giardinetto allieta il maggior albergo di Fiera. Dopo di aver desinato in gaia compagnia vi scesi, mentre un chiarore opalino che andava a poco a poco spargendosi nel cielo annunciava il sorgere della luna. Per vederla uscire dalle cime dei monti io m'era appena seduto sotto una pianta di rose, i cui rami spinosi abbracciavano il tronco di un larice, quando un canto doloroso ruppe il silenzio del piccolo giardino. I singulti dell'Ich grolle nicht di Schumann venivano da una finestra dell'albergo, si fermavano per qualche istante sulle rose e si perdevano nell'aria impregnata di acuti aromi resinosi. Appena il canto si tacque mi parve di sentire una voce che sussurrasse: — Enrico! Enrico!... — e un fiore mi cadde sul cappello. Balzai in piedi; alzai la testa e udii subito il cigolio di una finestra che si richiudeva in fretta.