Un vecchio parla, e i suoi vicini coi gomiti sulla tovaglia lo ascoltano assaporando le parole.
— Se l'ho conosciuto?! — dice il vecchio staccando le labbra dall'orlo di un bicchierino di alchèrmes e rispondendo a una domanda che gli viene rivolta — Se l'ho conosciuto?! Ma fin dai primi giorni che venne a Roma. Aveva lo studio fuori della Porta del Popolo, a Papagiulio. Quanto lavorava! Sempre! Ricordo ancora quale impressione noi provavamo la domenica tutte le volte che andavamo a cercarlo; quando, dopo di aver percorso la via Flaminia, piena di gente allegra e spensierata, che si recava a Ponte Molle a far bisboccia, lo trovavamo nel suo studio, davanti al suo cavalletto. Solo! Quanto lavorava!
— Povero Fortuny! — esclama qualcuno.
Altri rammentano un altro pittore spagnuolo: Eduardo Rosales.
E pensare — osserva uno battendo col pugno la tavola su cui una rosa accartoccia i petali, manifestando il dolore che prova nel trovarsi in mezzo a scorze di arance, a foglie di finocchi e a croste di pane! — E pensare che quando egli morì, qui in Roma, si dovette ricorrere alla pietà degli amici per le piccole spese, occorrenti ai modesti funerali!
Le pipe cominciano a mandare verso il cielo delle stanze qualche nuvoletta azzurra di fumo e le bottiglie seguitano a vuotarsi. E a riempirsi.
Alcuni giovani parlano di un quadro del Faruffini. Uno di loro allontana con un gesto rapido bicchieri e bottiglie e con l'unghia traccia poche linee sulla tovaglia. Cinque o sei teste si chinano a guardarle. E intorno alle linee divampa un violento dibattito, al quale piglian parte dieci o dodici, parlando tutti in una volta. Gridano, strepitano e, come avviene sempre quando quelli che disputano, sono parecchi, e i bicchieri vuotati sono anche di più, così passano rapidamente da un argomento all'altro, con una facilità che pare fino impossibile.
Più in là, tra il fumo del tabacco e del caffè, sorge un'altra discussione. L'accende un giovanetto, rammentando Salvator Rosa e recitando qualche verso delle sue satire; l'attizza uno scultore, dicendo, fra l'altro, che il Thorwaldsen una volta, essendo stato invitato a una festa dal re di Danimarca, vi andò col petto ornato dalla sola commenda dell'ordine del bajocco, che egli aveva ricevuta nelle grotte di Cervara; e la spegne un bel vecchio con una lunga barba bianca, che gli scende sul petto, il quale, dopo di aver raccontato come lui si ricordasse di aver visto in gioventù l'Overbeck scendere in ciabatte dal suo studio e percorrere così un lungo tratto della via Sistina per entrare in una modesta bottega, ove egli aveva l'abitudine di andare ogni giorno a sorbire il caffè, conclude con l'affermare gravemente che una volta la vita dell'artista era più semplice.
Mentre tutti convengono in questa affermazione rampollata dal caffè e dalle ciabatte dell'Overbeck, due giovinotti pigliano due chitarre, ne risvegliano, pizzicandole, le corde indormentate; ne cavano alcuni accordi, ai quali s'unisce subito il trillare di un mandolino e si mettono a suonare il passagallo: quelle poche note lunghe, insistenti, strascicate penosamente in un ritmo lento e monotono, che talvolta i popolani, obliandosi, amano di cantare, allorquando il sole indora i selciati delle piazzette trasteverine o il plenilunio inargenta le acque del Tevere, popolando di fantasmi le rive deserte. Tutti ascoltano in silenzio e più d'uno, con la sensibilità propria dell'artista, acuita dall'eccitazione del vino, negli accordi gravi e solenni delle chitarre, ritrova lo squallore tragico e sublime della nostra campagna, il tardo e paziente incedere dei buoi che trascinano gli aratri e il roteare maestoso delle pojane su le vaste solitudini fra il Tevere e l'Aniene; e nei trilli rapidi e argentini del mandolino rivede in fantasia le mozzatore che tornano danzando dalla vendemmia con le chiome nere ornate di pampini, i salterelli ballati sotto le pergole e fra i roseti nei giardini del Monte Testaccio e i cocchi infiorati e veloci, pieni di minenti e di fanciulle che, sonando gnacchere e tamburelli, gittano alla luce infocata dei tramonti d'ottobre gli appassionati stornelli d'amore.
Quando il passagallo finisce e gli ultimi arpeggi delle chitarre si dileguano nell'aria, oramai tutta annebbiata dal fumo delle pipe, le stanze dell'osteria si vuotano a poco a poco, e appena gli ultimi ne sono usciti, sorreggendosi alle sedie, vi entrano varie donne coi capelli crespi e negletti le quali, mentre il sor Pacifico si mette a segnare col gesso qualche numero sur una piccola lavagna, aprono le finestre; raccolgono le salviette biancheggianti qua e là sotto le tavole; rialzano le sedie rovesciate; gittano in terra insieme ai bicchieri rotti, i rimasugli delle vivande che imbrattano le tovaglie; sparecchiano e di tanto in tanto si avvicinano alla porta e rimangono a guardare ridendo li pittori che adunati accanto a una fontana vivamente colorata dai bengala, gridano: — Al Colosseo!... Al Colosseo!...