Il Caffè Greco, o per dir meglio l'«Antico Caffè Greco», come si legge sulla insegna in cima alla sua porta d'entrata, la quale non disdegna di esercitare a tempo e luogo anche il modesto ufficio di porta d'uscita, abita in Roma nel suo domicilio legale in via Condotti numero ottantasei, ove vive agiatamente con la mobilia inalterata, come le vecchie abitudini, in tre stanze e mezza: dico tre stanze e mezza perchè se la prima, la seconda e la terza hanno su per giù cinque metri di larghezza ed altrettanti di lunghezza, l'ultima, denominata per la sua forma l'omnibus, è larga appena due metri e lunga otto metri all'incirca.
La prima camera non è molto ricca di luce; tuttavia quella che riceve dalla strada la divide con la seconda: a illuminare la terza ci pensa l'omnibus, il quale ha per soffitto una invetriata su cui sovente i gatti del vicinato amano di andare a passeggiare con le loro innamorate.
Tre specchi, quattro quadri raffiguranti alcune vedute di Venezia, opera di Ippolito Caffi, e un orologio, che potrebbe gareggiare in precisione col più esatto cronometro ginevrino se disgraziatamente oltre al tic e tac non avesse di quando in quando anche il tic di suonare il mezzogiorno verso le cinque pomeridiane, adornano la prima stanza; due specchi e sei quadri decorano le pareti della seconda; la terza invece si accontenta di avere per suo abbellimento un solo specchio ed un busto di gesso, il quale, poveretto, non è mai riuscito a sapere chi egli sia.
Una ridente veste di esilaranti pitture ricopre per tutta la lunghezza le mura dell'omnibus. A chi le guarda dovrebbero far credere, anche nelle più rigide serate dell'inverno più crudo, di trovarsi in un delizioso giardino fra il cui verde fogliame illuminato e riscaldato dal sole primaverile s'aprano, imbalsamando l'aria coi loro profumi inebrianti, centinaia e centinaia di rose di ogni forma e colore; ma, purtroppo, nessuno fra quanti ora si siedono nello stanzino presta più fede alla finzione. E non vi crede più nemmeno il padrone del negozio: difatti egli ha ficcato un chiodo nel cielo azzurro sopra al roseto e vi ha impiccato un orologio, che in tutte le sue ore è sempre in lite con quello della prima stanza. Ma alla discordia dei due orologi i frequentatori della bottega ci badano poco, perchè per essi il tempo non ha valore. Dice una antica massima inglese: il tempo è moneta. Se la massima oltre all'essere antica ed inglese fosse anche vera, Dio mio! chi mai saprebbe calcolarlo il numero dei milioni che si sciupa in capo all'anno nell'«Antico Caffè Greco»?
Dietro all'omnibus sta il bancone del negozio, e sul bancone, chiuse in una specie di gabbia, vi sono le paste. Esse si distinguono in due categorie: semplici e composte. Le semplici valgono un soldo l'una, e se il loro aspetto è alquanto modesto non sono per ciò meno buone di quelle composte, le quali costano due soldi, e spesso hanno le loro forme esuberanti rivestite di un manto di colori così vivaci da vincere al paragone il più variopinto pappagallo che abbia mai passeggiato e chiacchierato su le lontane rive dell'immenso Orenoco. Del resto tanto le une quanto le altre passano la vita, non breve, lungi da qualunque umano contatto nella loro dolce prigione dalla quale non desiderano di allontanarsi: difatti, se talvolta, per caso, la gabbia ove sono rinchiuse rimane aperta, esse non si muovono, perchè sanno, per dolorosa esperienza, che se ne uscissero vi tornerebbero indubbiamente con l'epidermide graffiata, con le carni ferite, con le ossa rotte.
Un giovane scultore tutte le volte che entrava nella bottega soleva chiedere al cameriere caffè e paste, e questi, secondo il costume del locale, glie ne portava tre in un piattino. L'alunno di Fidia, appena il cameriere si allontanava, con una operazione rapidissima, in cui egli sapeva mettere tutta la sua abilità di modellatore eccellente, dalle tre paste faceva uscire una quarta e se la mangiava; beveva il caffè che qualche volta pagava, e le paste con un pretesto o con l'altro le rimandava sempre indietro.
Non dico poi che cosa accadesse di solito a certe paste le quali, per loro disgrazia, avevano la pancia rigonfia di crema. Come uscivano dalla gabbia vi rientravano sempre con la pancia vuota: e il loro padrone, prima di andarsene a letto, doveva nuovamente e pietosamente tornare a riempirle di panna. Stanco alfine di compiere ogni sera cotesto delicato lavoro sospese la fabbricazione delle così dette bombe alla vainiglia. Pure, bisogna dirlo a sua lode, benchè all'onest'uomo il fabbricar dolciumi abbia ognora fruttato molte amarezze egli continuò sempre a stampar paste, seguendo in tutto e per tutto, per la forma e il peso, per le dimensioni e i colori, i semplici, leali e diritti procedimenti dei suoi antecessori; al punto che se oggi, nell'anno di grazia mille ottocentonovanta, le vaghe e imbellettate dame di qualità, seguite dai vezzi dei cicisbei e dai madrigali degli abati, potessero tornare nella bottega di via Condotti, io credo che oggi, come allora, vi troverebbero le stesse paste.
Vi meravigliate forse nel sentirmi parlare di dame di qualità, di cicisbei, di madrigali e di abati? Ma il Caffè Greco non è venuto al mondo oggi; e tutti sanno come in sui primi anni della seconda metà del settecento abitasse già in via Condotti. Questo lo sanno tutti; ma, purtroppo, la data esatta della sua nascita, come quella della fondazione di Ninive, di Babilonia e di Memfi, non la conosce nessuno: però, come fortunatamente ognuno sa che Memfi, Babilonia e Ninive furono fondate da Nino, da Belo e da Menete, così tutti noi possiamo andare orgogliosi di sapere che il Caffè Greco fu messo al mondo da un greco, il quale, a quanto si legge nelle pagine di un vecchio registro della parrocchia di S. Lorenzo in Lucina, si chiamava Nicola della Maddalena.
L'infanzia del Caffè non fu troppo lieta, e il suo babbo dopo di averlo tenuto parecchi anni, ricavandone non grandi utili, lo cedette a un tal Carnesecchi, il quale, anche lui, dopo di averci speso molto e guadagnato poco, lo diede a un certo Salvioni.
Venuto nelle mani del Salvioni il Caffè, passando da un padrone all'altro, era anche passato dall'infanzia all'adolescenza: le vecchie vesti non s'addicevano più al suo nuovo stato, e il buon uomo lo fece ricoprire di pitture da un certo Maderno, e lo corredò di nuova mobilia. Tutto bene; ma il povero Caffè, anche così rinnovato e abbellito, seguitò a tirare innanzi la vita stentatamente come il suo padrone. Questi però non pensò mai di abbandonarlo. E di non averlo abbandonato non ebbe davvero a pentirsi; poichè coll'avanzar degli anni la bottega fondata dall'uomo di Levante, uscendo finalmente dall'adolescenza debole e malsicura ed entrando in una virilità gagliarda e prosperosa, seppe così ben ricompensare il suo padrone di Ponente da assicurargli, se non la ricchezza, un'agiatezza invidiabile.