Il pittore si volta, lo guarda, sorride e continua: — Ci avevano detto di andare ad assaltare la caserma di San Paolo. — Ma le armi? — Andate a villa Matteini — ci risposero — e le troverete. Andammo a villa Matteini e laggiù, invece di trovarci le armi, ci trovammo i gendarmi. Mi pare ieri! Mi par proprio di risentire lo scalpitare dei cavalli dei dragoni sulla terra dura e i passi spietati delle pattuglie che ci davano la caccia.
— Ma camminate! — gridano ancora altre voci lontane — Vi pesano le gambe? Muovetevi! — E noi ci muoviamo ed entriamo in uno stradone fiancheggiato da vecchi olmi che non finiscono mai; raggiungiamo un arco gigantesco e, finalmente, dinanzi a noi, appare il Colosseo.
Le chitarre e i mandolini ripigliano a suonare; e mentre faci e bengala ci avvolgono in un puzzo di zolfo insoffribile, passiamo sotto ad arcate maestose su le cui pietre antiche le nostre ombre moderne si allungano e si accorciano bizzarramente, ed entriamo nell'arena. Una civetta ci vola sul capo, stridendo, e alcuni pipistrelli, spaventati dal chiarore insolito, ci svolazzano intorno.
Prima che le faci e i bengala si spengano uno si arrampica sopra a un rudero e accompagnandola col suono della chitarra canta con voce stanca una canzone; e non appena l'ha finita, un altro prende subito a dire: — Signori! In questo luogo, ove i cristiani divoravano le belve... — Seguita per un po' a infilzare scemenze; ma poi le parole gli muoiono sulle labbra e s'azzitta. La grandezza tragica del luogo non vuole scherzi. Difatti a poco a poco ognuno sentendosi oppresso dal peso delle memorie, finisce col tacere e incomincia a sentire il desiderio di andarsene. E appena uno guardando l'orologio mormora: — È tardi! Mi pare che sarebbe ora di ritornare... a Roma! — e s'avvia verso l'uscita dell'arena tutti lo seguono a piccoli passi, in silenzio, quasi temessero di svegliare la Storia che dorme nelle rovine auguste.
***
Quando tutti son fuori dell'anfiteatro un mandolino, a cui è rimasta la metà delle corde, aiutato da una chitarra scordata, intona una marcia e tutti si allontanano in fretta.
Due che camminano barellando, rimangono indietro. All'improvviso uno di loro piega le ginocchia e si ferma: guarda qua e là in terra, come se cercasse qualche cosa, poi, levando lentamente l'indice della mano destra verso il cielo stellato, si volge all'amico che lo sostiene e gli dice: — Vedi: il Colosseo, non si può negarlo, è una gran cosa antica; è una grandissima cosa storica; però tu puoi esser certo che se domani, al mondo, non ci fosse più il Colosseo, il mondo seguiterebbe a camminare lo stesso; ma se, invece, domani, al mondo non ci fosse più il vino, tu devi convenire, con me, che il mondo non potrebbe più camminare. Ne convieni?
— Ne convengo. — gli risponde l'altro, ridendo e sorreggendolo. E mentre lo sorregge e ride, pensa che il mondo non cammina più, anche quando ne ha bevuto troppo.
IL CAFFÈ GRECO
AL MARCHESE GIUSEPPE VITELLESCHI.