Uno scultore, un certo Lupi, figlio di un medico di Santo Spirito, guidava gli artisti. Egli, sempre a quanto mi narrava il mio vecchio amico, ci vedeva poco e camminava appoggiandosi a un suo compagno; e quando arrivò in piazza Colonna disse alla sua guida di condurlo quanto più potesse accosto alla sentinella di piantone sulla porta del quartiere, e appena questa ve l'ebbe condotto, il Lupi tirò un colpo di pistola al soldato. Altri colpi di pistola risuonarono qua e là nella piazza; e mentre la gente radunata sotto alle finestre illuminate del palazzo ove celebravasi la festa nuziale fuggiva in preda allo spavento, un gruppo di congiurati balzò fuori dalla penombra che velava il vicolo Cacciabove, e gridando: Viva Filippo Primo! corse verso la caserma esortando i granatieri a non pigliare i fucili; ma questi li presero, li spianarono contro i ribelli, e spararono.
Il Lupi sanguinante per una ferita non grave fu arrestato subito; la maggior parte degli altri riescì a salvarsi con la fuga, e due soldati rientrarono nel quartiere feriti leggermente. Chi pagò per tutti fu il povero portiere di casa Piombino, il quale mentre si affrettava a chiudere il portone del palazzo fu colpito da una palla, stramazzò in terra, e non si alzò più.
Nei giorni seguenti la polizia essendo venuta a sapere qual parte avessero avuto gli artisti nella zuffa, ne mandò qualcuno a villeggiare in Castel S. Angelo, e ordinò ai carabinieri di sorvegliare la bottega di via Condotti. Ma non per questo i liberali smisero di frequentarla. In quei giorni i pensionati dell'Accademia francese s'univano spesso ai confratelli italiani, massime con quelli di fede liberale, e questi li accoglievano sempre a braccia aperte, anche perchè, qualora ce ne fosse stato bisogno, sapevano di poter trovare presso di loro aiuti e protezioni contro le insidie poliziesche: l'Accademia di Francia allora godeva del diritto di asilo, ed era vicina al Caffè Greco.
L'entente cordiale fra gli artisti nostri e quelli francesi continuò strettissima per molti anni, poi venne a poco a poco allentandosi finchè nel 1849 si spezzò violentemente. Mentre le bombe dell'Oudinot piovevano su Roma, un pensionato dell'Accademia commise la grande imprudenza di entrare nella bottega di via Condotti, e quella anche più grande di entrare in una discussione che alcuni tenevano sugli avvenimenti del giorno, e, poveraccio, finì con l'uscire dalla discussione e dal Caffè portandosi via due solennissimi schiaffi datigli da un certo Casciani, un pittore romano, il quale sapeva adoperare le mani meglio dei pennelli.
Ristabilita la dominazione pontificia, di quando in quando, qualcuno dei pensionati francesi rientrò nelle stanze del Greco, è vero; ma ormai il legame che univa l'Accademia di Francia alla bottega di via Condotti s'era spezzato, e un po' per le vicende politiche e un po' per altre ragioni bene bene non si riallacciò più mai. Invece i legami fra la bottega famosa e i liberali nostri divennero sempre più stretti, poichè con l'avanzar degli anni la maggior parte di coloro che venivano in Roma dalle diverse provincie, o per scopo di propaganda o per altri motivi, preferì sempre agli altri luoghi di ritrovo il Caffè Greco. Si capisce facilmente come a costoro, che di solito giustificavano la verità dei loro nomi falsi con passaporti americani, inglesi, maltesi o di altre parti del mondo, tornasse comodo di darsi per artisti e di intrufolarsi fra i frequentatori di un luogo il cui pubblico in massima parte era composto di stranieri. Gli sbirri, è vero, talvolta visitavano la bottega nonchè le tasche degli avventori, ma prima di andare più in là ci pensavano due volte e anche quattro, perchè temevano, in caso di un errore, di dover poi fare i conti con le diverse ambasciate, i quali conti, dopo somme non indifferenti di rimostranze e di rabuffi, finivano sempre, dopo procedimenti lunghi e fastidiosi, con un totale di scuse umilianti che la polizia pontificia era costretta a fare ai rappresentanti dei governi esteri. Per questo dunque la bottega del Greco divenne uno dei ritrovi più favoriti dei liberali; e negli anni vicini al 1870 servì spessissimo come luogo di riunione per cospirazioni o per la preparazione di moti e di imprese patriottiche di ogni genere.
Giuseppe Monti, quando fu invitato ad unirsi a Gaetano Tognetti per esplorare i sotterranei della caserma Serristori e poi collocarvi i barili di polvere necessari a far crollare una parte dell'edificio, alle esortazioni assidue di chi lo istigava ad assumersi la difficile e perigliosa fatica rispondeva sempre: — Ma io ho moglie! Ho un figlio che non ha ancora due anni! Questo lavoro che mi chiedete di fare non potrebbe esser fatto da un altro? — Per sua disgrazia era scritto che il lavoro funesto dovesse farlo proprio lui! E una sera, alcuni ideatori di quel programma d'insurrezione; il quale, se doveva dare alla storia del nostro Risorgimento i due gloriosissimi episodi di Villa Glori e del Lanificio Ajani, doveva anche, purtroppo, interamente fallire, per indurre il Monti ad unirsi al Tognetti, lo condussero nel Caffè di via Condotti, dove, fra le molte persone ivi raccolte, gli indicarono un signore (Leone Vicchi vuole che fosse il Castellazzo) seduto incontro a loro a un tavolino presso il quale era altra gente, e poscia che glie lo ebbero qualificato come un personaggio di grande importanza, mandato qui dal Rattazzi per dirigere la ribellione destinata ad aprire all'Italia le porte di Roma, gli dissero: — Vedi, se tu accetti di fare quanto ti si chiede, comunque vadano le cose, puoi essere sicuro di non avere niente da temere, perchè il governo italiano non ti abbandonerà mai, e quel signore ti darà sempre tutto quello di cui avrai bisogno per sistemare stabilmente l'avvenire tuo, della tua moglie e del tuo figliuoletto. — Il Monti che era un povero muratore e sosteneva la sua famiglia lavorando a tanto la giornata in una delle prime case che sorgevano in via Nazionale, tracciata allora allora dal De Merode, prima di impegnarsi tentennò ancora; ma alfine, soppraffatto dalle molte parole e forse ammaliato dalle promesse lusinghiere, uscì dalla bottega accettando di unirsi al Tognetti e di eseguire insieme con lui quanto gli domandavano.
L'indomani, lo portarono con molta cautela in una casa in via del Pantheon ove ritrovò il gran personaggio da lui visto la sera innanzi al Caffè Greco, e glielo fecero giurare solennemente. Povero Monti! Superando ostacoli e difficoltà inenarrabili, egli quanto aveva giurato di fare, lo fece, e finì col lasciare, unitamente al suo compagno, la gioventù e là vita su le tavole insanguinate di un patibolo.
Ma la bottega di via Condotti, negli anni vicini al 1870, fu per i liberali qualcosa di più di un luogo di riunione; poichè essi ogni qualvolta ne avessero avuto bisogno erano sicuri di trovarvi in tutte le ore qualcuno pronto, dietro certi segnali di riconoscimento stabiliti, a ricevere notizie urgenti, a dar loro ordini e consigli o, se fosse necessario, a metterli in contatto coi capi del «Comitato di azione».
Fra le molte testimonianze da me raccolte, le quali confermano la verità di quanto io dico, mi basta riferirne una sola.
Anni addietro, trovandomi in Udine, ebbi la fortuna di conoscere colà Giusto Muratti, uno dei Settanta di Villa Glori; e spesso nelle mie escursioni nel Friuli mi rallegrai di averlo compagno caro, indimenticabile, e guida preziosissima. Quasi sempre, mentre trottavamo lungo le strade e i sentieri della dolce campagna friulana, io desiderando vivamente di sentire narrare da lui qualcuno degli episodi gloriosi del nostro Risorgimento, a cui egli aveva dato tanta parte della giovinezza, gli rivolgevo qualche dimanda; ma per quella repugnanza che han sempre gli uomini d'azione, quando hanno veramente e disinteressatamente agito, a parlare di se stessi, schivava di rispondermi: e se talvolta si piegava alle mie insistenze vi si piegava in modo così breve da farmi perdere la voglia di più dimandare.