Nondimeno, durante le nostre gite, io le tentavo tutte per indurlo a discorrere e talora riuscivo a metterlo sulla buona via; ma dopo poche parole una cosa qualunque su cui mettesse gli occhi era per lui un eccellente pretesto per non andare più innanzi: una contadina curva sotto il carico di una grossa gerla ricolma di foglie; un vecchio, che, seduto davanti all'uscio di una casa rustica, tenendo sulle ginocchia un bambino e fumando la pipa si godeva gli ultimi raggi del sole cadente; due ragazzi che ruzzavano con un cane; qualche cascina, col tetto pieno di voli festosi e canori di passeri, dalla cui porta spalancata usciva, insieme con qualche mugghio, un acre e pur piacevole odore di stabbio; un gruppetto pittoresco di alberi annosi; la forma slava e il colore ferrigno di un campanile coronato di colombi; una macchia di lichene sopra una pietra antica; un fiore che si piegava sotto il peso di un'ape; una linea di montagne azzurre, in cima alle quali s'eran fermate alcune nuvolette rosee, come se avessero voluto riposarsi un poco prima di rimettersi a camminare per le vie del firmamento; insomma, una cosa qualunque bastava a sviarlo dal soggetto dove io l'avevo portato con tanta pazienza, ed era più che sufficiente a fargli rompere il filo del discorso in modo tale da non poterlo più riannodare. E come se tutte coteste cose e coteste case, non fossero state già bastanti a farmi disperare, non di rado a render vani i miei tentativi ci si mescolavano anche Giulio Cesare con la decima legione, Attila con gli unni, Paolo Diacono e Gisulfo coi longobardi, e Napoleone con Campoformio! Se a costoro riesciva di penetrare, ospiti da me non desiderati nè graditi, nei nostri ragionamenti non c'era più verso di mandarli via. Un giorno, ricordo, in un discorso, provocato da una delle mie solite domande, vi entrarono i patriarchi d'Aquileja, e il disastro fu irreparabile.

Ma una volta, proprio quando meno me lo sarei creduto, il mio caro amico, che avevo tante volte importunato invano, potei finalmente sentirlo parlare come io desideravo.

La cosa andò così. In una delle nostre gite, attirati da un lieto verzicare di alcune collinette lontane, avevamo abbandonata la strada che porta a Cividale, e per raggiungerle ci eravamo messi a camminare nei campi; quando, non so come, ci trovammo in una vallicella in mezzo a un labirinto di piccoli fossi legati fra loro da un intrico di ruscelletti allegri e sonori, i quali indorati dal sole prossimo a tramontare, come se fossero impauriti dalla nostra presenza, luccicavano per qualche istante e correvano a rimpiattarsi nel folto dell'erba densa, grassa e giallognola. Dopo di esserci impantanati più volte, un sentiero molle e appiccicoso coperto di foglie morte ci fece la carità di riportarci sulla via maestra.

Il sole era scomparso. Un po' di luce violacea agonizzava ancora nell'aria e mandava un debole riflesso sulla campagna grigia ove incominciava a sbocciar qualche lume. Faceva freddo e noi dopo di aver pestato più volte coi piedi il terreno solido e asciutto ci avviammo in fretta verso un chiarore lontano che sorgendo dietro a una prominenza bruna si diffondeva dolcemente sul cielo stellato.

— Udine! — disse il Muratti accennando il chiarore. E dopo di aver percorso in silenzio un breve tratto di strada mi chiese: — E tu a Roma dove passi le serate?

Io in quel tempo ero solito di andare quasi ogni sera nella bottega di via Condotti, e però gli risposi: — Al Caffè Greco.

— Al Caffè Greco? — esclamò il mio amico fermandosi di botto.

— Al Caffè Greco. — Replicai io fermandomi a mia volta e sorpreso della sua sorpresa.

— Vicino a piazza di Spagna?

— Precisamente.