— Ah! — seguitò il Muratti — lo conosco bene. Quando fui a Roma prima del settanta vi andai sovente insieme al Cucchi, al Guerzoni, all'Adamoli e ad altri. — E dopo una breve pausa, abbassando il capo e la voce, soggiunse: — L'ultima volta che ci sono stato fu quando Enrico Cairoli mi ci mandò da Villa Glori.

— Ti ci mandò Enrico Cairoli? — gli chiesi subito io. — E perchè?

— Perchè? — ripetè il mio amico, macchinalmente; e per tutta risposta fece un gesto brusco, agitò nell'aria scura le mani aperte e, scrollando le spalle, riprese a camminare.

Ma questa volta io non lasciai cadere l'occasione di sentirlo discorrere. L'argomento mi interessava troppo; e perciò messo da parte ogni riguardo ed abusando magari della sua pazienza tante glie ne feci e tante glie ne dissi che egli alfine impietosito dalle mie preghiere, o forse anche per liberarsi dalle mie domande insistenti, rallentò un poco il passo; fissò un momento gli occhi nel chiarore che veniva via via crescendo in fondo alla strada, e masticando le parole incominciò a parlare lentamente così: — La ragione per cui, invece di sbarcare alla Passeggiata di Ripetta, noi dovemmo fermarci poco prima di Ponte Milvio la conosci: l'hai scritta così bene in poesia, dunque è inutile di starla a ripetere, perchè la tua poesia...

— Ma lascia stare la mia poesia! Racconta!

— Ecco. Dunque, come sai, dopo di aver passato la notte in un canneto sulla riva sinistra del fiume, non sapendo quale esito avesse avuto l'insurrezione di Roma, che noi volevamo aiutare, nella speranza di vedere arrivare qualcuno con qualche ordine, all'alba, salimmo a Villa Glori. Lassù in alto, in ogni caso, ci saremmo sempre potuti difendere meglio di quanto avremmo potuto farlo giù in basso sulla sponda del Tevere. È chiaro?

— Chiarissimo. E allora?

— Eh, allora le cose non si mettevano bene. La necessità di avere notizie da Roma per noi si faceva sempre più urgente, ma le ore passavano e da Roma non veniva nessuno. Enrico Cairoli, prima di salire a Villa Glori, aveva mandato a Roma uno dei nostri, un romano, un certo Candida; ma non tornò più. Allora Enrico mi chiamò e mi disse: — Senti, Giusto, quassù non possiamo rimanerci troppo a lungo: occorre di pigliare una decisione; ma prima di pigliarla, è necessario di sapere che diamine è successo a Roma. Su Candida oramai non ci si può più contare. Bisogna che vai tu.

A sentirmi dare quest'ordine io feci un gesto di sorpresa; e non potei fare a meno di pronunziare qualche parola di rammarico.

Enrico Cairoli, come sai, era di carattere impulsivo; e, appena vide il mio turbamento, aggrottò le ciglia e guardandomi in faccia esclamò: «Ah! Non vuoi andare?», e, senza darmi il tempo di rispondere, seguitò: «Va bene! Allora vado io». Mi voltò le spalle e si mise a camminare con passo risoluto verso il cancello della Villa. Io gli corsi subito dietro, lo fermai e gli dissi: «No, guarda, Enrico, delle mie parole non tenerne conto; mi sono state suggerite dal dolore che provo nel dovermi allontanare da te, da Giovannino e dai compagni: del resto, se tu credi che a Roma ci debbo andare proprio io, comandami». «Sì, devi andar tu», mi rispose Enrico con voce ferma. E dopo un istante di silenzio continuò: «Dispiace anche a me di doverti chiedere questo sacrificio; ma non si può fare altrimenti. Tu a Roma ci sei già stato; a Roma conosci molti dei nostri amici; sai in quale strada si trova il luogo dove ti debbo mandare; dunque bisogna che vai tu». Io chinai la testa in silenzio, ed Enrico, dopo di essersi guardato intorno, mi si avvicinò, abbassò la voce e mi disse: «Ecco, Giusto, quello che devi fare: appena sarai a Roma vai in via Condotti; entra nel Caffè Greco; siediti a un tavolino e fai i nostri gesti d'intesa. Certamente qualcuno ti verrà vicino, ti saluterà con le parole che sai; ti stenderà la destra e risponderà ai tuoi cenni coi cenni relativi: quando ti sarai assicurato bene di tutto, fagli conoscere la nostra posizione, digli quanti siamo e domandagli come ci dobbiamo regolare: sentilo e cerca di ritornare più presto che puoi. Vai!»