Io, come forse non ignori, ero il furiere dei Settanta; avevo nel mio sacco una cartella comperata a Terni; la presi, ci misi dentro due o tre fogli di carta pulita e mi avviai verso il cancello della Villa.

— Perchè pigliasti la cartella? — gli chiesi.

— Ma, ti dirò, io sapevo quanti studi di pittura e di scultura vi fossero lungo la via Flaminia: dovevo entrare a Roma per la Porta del Popolo: se mai mi avessero fermato mi sarei dato per pittore tedesco — rispose. E seguitò: — Dunque, come ti dicevo, mi avviai verso il cancello. Passando davanti alla casetta del guardiano incontrai un ragazzetto di circa otto o nove anni. Carino! Aveva una faccetta intelligente quanto mai! Appena lo vidi, mi venne subito l'idea di portarlo con me. Se sarò costretto a fingermi pittore, lo farò passare per un mio modellino, pensai; e pensai ancora che forse avrebbe potuto indicarmi qualche scorciatoia. Insomma, me gli avvicinai e gli dissi: — Vuoi venire a Roma? — Il caro ragazzo si mise a ridere e acconsentì prontamente. Io gli diedi la cartella e scendemmo insieme a Porta del Popolo.

La Porta la trovammo barricata. Una sentinella ci fermò. Venne un graduato, ci rivolse qualche domanda, si persuase della verità di quanto gli rispondemmo e ci lasciò passare; ma appena io entrai in Piazza del Popolo alcuni carabinieri mi fermarono di nuovo e mi portarono in una caserma, che era lì presso alla Porta. C'è ancora?

— Si — gli risposi sorridendo — sì, la caserma c'è ancora; ma i carabinieri pontifici non ci sono più. Adesso, grazie a Dio, ci sono i nostri.

Il Muratti sorrise anche lui, e dopo un istante di silenzio riprese: — Nella caserma fui interrogato lungamente da un ufficiale che poi m'ingiunse di seguire uno dei suoi uomini. Costui mi fece entrare in una stanza; chiuse le finestre e mi ordinò di spogliarmi. M'ero appena levata la camicia quando all'improvviso dal di fuori venne un rumore confuso. Tesi le orecchie e nel rumore distinsi uno scalpitare di cavalli. Il carabiniere buttò subito sopra a una sedia la mia giacca che aveva incominciato a esaminare minuziosamente, corse verso la porta e scomparve; ed io rimasi lì, solo, a passeggiare in su e in giù nella camera come il padre Adamo nel paradiso terrestre. Di lì a poco il calpestìo dei cavalli risuonò più forte; diminuì come se si allontanasse e si spense. Udii ancora qualche grido e poi non sentii più nulla. Avvicinai pianino pianino la testa ai vetri di una finestra e vidi un soldato che correva, qualche cavallo e cinque o sei uomini intorno a un ufficiale che parlava facendo gesti energici e concitati. — Deve esser successo qualche cosa di grave —, dissi fra me, e un pensiero orribile incominciò a ficcarmisi nel cervello. Per non lasciarmi andar giù, ripresi a passeggiare per la camera.

Dopo un quarto d'ora, lungo come un quarto di secolo, l'uscio della stanza s'aprì e apparve un altro carabiniere: rimase un momento sorpreso nel vedermi e mi chiese con mala grazia: «Che cosa state a fare qua dentro?». Gli risposi in tedesco: «Aspetto la visita». Capisse o no, alzò le spalle bruscamente, mi guardò con gli occhi torvi e additando la porta grugnì: «Andate via!». Figurati! Mi rivestii in un attimo, uscii dalla caserma, chiamai con un cenno il ragazzo che stava ad aspettarmi, seduto con la cartella sulle ginocchia su la scalinata di una chiesa, e mi diressi verso il Babuino. Naturalmente io cercai di conoscere quale fosse stata la cagione di tutto quel chiasso da me udito poco prima, e seppi che mentre io mi trovavo coi carabinieri una pattuglia di dragoni era arrivata da Ponte Milvio; s'era fermata davanti al quartiere annunciando l'entrata di Garibaldi a Villa Glori, e aveva proseguito al trotto giù per il Corso. I nostri, dunque, erano stati scoperti. Mi si gelò il cuore! Affrettai il passo; attraversai volando la piazza di Spagna ed entrai nel Caffè Greco.

La bottega era quasi deserta. Mi sedetti a un tavolino, chiesi un caffè e feci i nostri gesti. Un giovanotto mi si avvicinò sorridendo e salutandomi come doveva; mi diede la mano; rispose puntualmente a qualche parola che gli dissi e mi invitò con un cenno della testa ad uscire. Appena fummo in istrada egli si fermò davanti alla vetrina di un negozio di oreficeria e indicando gli oggetti esposti bisbigliò: «Dobbiamo andare da Piatti in Via Panico». E senz'altro s'incamminò verso il Corso. Io lo lasciai allontanare di un centinaio di passi e poi gli andai appresso, avendo sempre a lato il mio ragazzetto con la cartella sotto al braccio.

In via Panico non ci si arrivava mai!

Finalmente il giovanotto dopo di essersi fermato un momento davanti a un portoncino di una vecchia casa e di essersi voltato a guardarmi vi entrò. Lo raggiunsi per le scale: salimmo insieme fino all'ultimo piano e trovammo il Piatti. Senza aspettare di essere interrogato, gli dissi subito chi ero, da dove venivo e chi mi mandava. Il Piatti si turbò, strinse le pugna, e con voce sommessa, accostando le sue labbra al mio orecchio, balbettò: «La rivoluzione è fallita. Non c'è più niente da fare. Bisogna tornare immediatamente a Villa Glori e dire ai Cairoli che si ritirino. Non c'è un minuto da perdere!».