Atterrito dalle sue parole gli stesi la mano per licenziarmi; ma lui mi fece cenno di aspettare. Prese un foglietto di carta velina, vi scrisse sopra qualche parola col lapis; piegò e ripiegò più volte il foglietto e lo fece diventare una pallottola della grossezza di un cece, rivestì la pallottola con un involucro di stagnola e me la diede ripetendo ancora: «Bisogna far presto! Non c'è un minuto da perdere. Fra poco i papalini saranno a Villa Glori!». Mi misi in bocca la pallottola; scesi giù per le scale a precipizio, e col mio fedele ragazzetto che avevo lasciato in istrada, corsi a Porta del Popolo. «Non si passa!». Parlando un po' in tedesco e un po' in italiano pregai un ufficiale di permettermi di ritornare nel mio studio di pittura a Papagiulio, dove gli dissi che abitavo; ma non ottenni nulla. Le provai tutte e tutte inutilmente. Figurati! Arrivai perfino a proporgli di farmi accompagnare da un milite!
— Caspita! — interruppi io — Se l'ufficiale avesse acconsentito, ti saresti trovato in un bell'impiccio! Che avresti fatto?
— Ah! — rispose il Muratti, calmo calmo — Se l'ufficiale avesse accettato di farmi accompagnare da un carabiniere, io sarei uscito; ma puoi esser certo che il carabiniere nella città eterna non ci sarebbe più entrato.
Non stentai a crederlo. Qual forza il Muratti avesse nelle mani lo sapevo. Pochi giorni innanzi me ne aveva offerto un piccolo saggio. Passando vicino ad una venditrice di frutta che aveva accanto un canestro ricolmo di mele, egli ne aveva presa una, se l'era messa fra l'indice e il medio della sua destra, e con la sola pressione delle due dita l'aveva spaccata come se fosse stata di burro.
— Dunque non potesti uscire? — ripresi io, affrettandomi a riallacciare il racconto spezzato dalla mia interruzione.
— Non fu possibile. — rispose seccamente il mio amico; e dopo qualche istante di silenzio, spintovi da un'altra mia domanda, seguitò: — Che volevi che facessi? Quando fui persuaso della inutilità di ogni insistenza tornai indietro; feci un lungo giro e andai a Porta Salaria; anche lì non potei far nulla. Provai a Porta Pia: tutti i miei tentativi furono vani. Allora, perduta assolutamente ogni speranza di poter passare, guardando il ragazzetto che m'era venuto sempre appresso e mi stava davanti con la cartella sotto al braccio, mi venne in mente che quello che non riusciva a me avrebbe potuto riuscire a lui. Ci pensai sù qualche minuto, e mi decisi. D'altronde non si rischiava niente. Lo portai in un punto di un vicolo dove non potevamo essere osservati e gli dissi: «Dimmi un po', tu saresti buono di ritornare a Villa Glori, solo?». «Sicuro!», rispose prontamente il ragazzo. «Bravo!» esclamai io subito; e mostrandogli la pallottola che racchiudeva il biglietto del Piatti, continuai: «Vedi questo 'confetto'? Se tu riesci a portarlo a quei signori che stanno a Villa Glori, quei signori ti faranno un gran regalo. Vuoi andare?». «Sicuro!», tornò a rispondere il ragazzo, tendendo il braccio verso il 'confetto'. «No, guarda», gli dissi io, allora «questo 'confetto' non lo devi portare in mano e nemmeno in saccoccia, perchè potresti perderlo: l'hai da tenere come l'ho tenuto io fino ad ora: apri la bocca!». Il caro figlietto, ridendo, mi guardò con gli occhietti intelligenti e aprì la boccuccia. Io, raccomandandogli di stare bene attento a non inghiottirlo, gli ci misi dentro il 'confetto'; poi lo accarezzai, gli diedi un bacetto, gli raccomandai ancora di non inghiottire il 'confetto', e lo lasciai partire.
Dopo di aver fatto una cinquantina di passi egli si voltò sorridendo e mi disse addio con la manina. Gli risposi. Mi si inumidirono gli occhi e non lo vidi più.
— E gliela fece a passare?
— Gliela fece! — esclamò il Muratti, battendo una su l'altra le palme delle mani: poi, aprendo le braccia, soggiunse: — Come e dove riuscisse a passare non lo so e non lo saprò mai; ma passò: tornò a Villa Glori e diede il 'confetto' a Enrico. Ma ormai Enrico aveva già risoluto di non indietreggiare.
Quello che avvenne poco dopo lo sai.