Appena egli ebbe finito di parlare rimase un istante con gli occhi fissi nel chiarore della città vicina, divenuto ormai più vivido sotto il cielo stellato; poi abbassò la testa sul petto, diede un calcio a una pietra, mandandola a ruzzolare sulla proda della via, e allungò il passo quasi che si volesse allontanare in fretta dalle ultime parole con le quali aveva chiuso il racconto!
Percorremmo, senza dire più nulla, un brutto borgo oscuro, fermandoci di quando in quando per lasciar passare qualche carretto; traversammo un lungo portico scarsamente illuminato da pochi fanali, e rientrammo in Udine.
Trascorso appena un anno dalla sera memorabile in cui egli, cedendo alle mie reiterate preghiere, mi aveva narrato il commovente episodio dell'animosa sua giovinezza, il Muratti venne a Roma: vi rimase parecchi giorni, ed io ebbi la gioia di poter salire con lui a Villa Glori.
Nella luce sfolgorante del dolce pomeriggio primaverile il cielo sereno inchinandosi sui monti rosei della Sabina e del Lazio pigliava nel toccarli la trasparenza e il colore dell'ambra. Al di là delle siepi, sulle quali accanto a qualche bacca lucida e rossa fioriva già il biancospino, le biade alte e verdi ondeggiavano lentamente; e gli ulivi, movendo le foglie brillavano sul fondo luminoso della campagna come se fossero stati d'argento. Ovunque, sotto alle ficaje, fra gli olmi e i gelsi, tra i ciliegi e i peri, fra i mandorli e i peschi, insieme al continuo ronzìo delle pecchie, delle vespe, dei calabroni e delle cantaridi rilucenti di fiore in fiore, nel sole, risuonava un fischiettare giulivo di capinere, di cardellini, di fringuelli e un cinguettìo prolungato e vivace di cingallegre e di passeri. Di tempo in tempo una lucertoletta ci guizzava fra i piedi; si fermava a guardarci con la testina alzata, e spariva in una fenditura del terreno cosparso di margheritine e di anemoni, o fra le pietre e i tufi d'una vecchia macèra; e qualche calandra balzando fuori all'improvviso da una zolla rossastra s'alzava rapida a volo, cantando: saliva in alto, più in alto ancora, e sempre cantando si perdeva nello spazio.
Superata una breve viottola erta e sassosa arrivammo alfine davanti all'‘albero dei Cairoli’, fra i cui rami fioriti, mossi lievemente da un'auretta soave, e risplendenti nell'azzurro, scorgevasi lo scheletro di una corona votiva dalla quale pendeva, tremolando, un nastro mortuario consunto dal tempo.
Il Muratti, passandosi di tratto in tratto le mani sugli occhi, rimase per qualche tempo in silenzio col capo chinato sul petto, dinanzi al mandorlo sacro; poi sempre in silenzio si avviò a passo lento verso la villa. Quando vi giunse si avvicinò alle vecchie mura; e dopo di averle osservate con molta attenzione, alzando la destra, m'indicò alcuni buchi che apparivano chiaramente nell'intonaco.
— I papalini? — gli domandai.
Egli abbassò più volte il capo; e avvicinatosi a un cespo di rose bengaline, ne colse una appena sbocciata; guardò un momento il suo colore sanguigno e me la diede; poi, come se si destasse da un sogno, mi chiese: — Dov'è il Tevere?
— Qui sotto — gli risposi accennandogli un piccolo bosco verzicante, dove qua e là sui rami ignudi delle querce accanto alle gemme pronte ad aprirsi c'era ancora qualche foglia ingiallita.