— Impossibil! — mi rispose subito, e alzando lentamente l'indice della destra verso il soffitto della stanza, proseguì; — Il mio atelier non rimane sulla terra; mais si trova in cielo, e si apre seulement quand vous dormez.
Rimasi male. Allora egli, che in fondo era buono e gentile, avvistosi della impressione sgradevole cagionatami dalle sue parole, mi disse, sorridendo: — Mais pourtant non vi dispiacete: si vous non potete pas venir da me, j'aurais le plaisir di venir io a cercare voi chez vous. — Il giorno dopo, difatti, mantenne la promessa e mi portò a far vedere una cartella piena zeppa di fogli di carta di tutti i colori, sui quali tra un inferno di linee c'erano disegnate centinaia e centinaia di figure geometriche contornate da migliaia di punti, di virgole e di parole incomprensibili. Rimasi sbalordito; e non sapendo dir altro gli domandai a qual cosa avrebbe mai potuto servirgli tutta quella roba: e lui, dopo di avermi detto più volte, ridendo, che gli astronomi erano des fous, absolument des fous, divenne istantaneamente serio, e, abbassando la voce, come se mi svelasse un gran secreto, mi disse che ne avrebbe ricavato una serie di disegni astronomici per riordinare da cima a fondo tutto il sistema planetario dell'universo.
Purtroppo l'impresa formidabile lo sciagurato non potè condurla a termine; poichè dopo qualche settimana ch'egli m'avea palesato il suo arcano, due caprari lo trovarono morto poco lungi dalle mura aureliane in un campo d'erbe selvatiche rilucenti di rugiada al primo bacio del sole.
Il suo discepolo inconsolabile ce ne portò l'annuncio al Caffè Greco dicendoci fra le altre cose come il poveretto dovesse certamente esser morto di fame perchè erano tre giorni che non mangiava.
— Tre giorni! — esclamò con voce incredula un bell'uomo panciuto; e avvicinata alle sue tumide labbra una tazza fumante colma di buon caffè la rimise in fretta sul piattino; vi gittò dentro due pezzetti di zucchero e dopo qualche istante di silenzio dimandò: — Ma come si fa a rimanere tre giorni senza mangiare? — Fissò con gli occhietti lustri il vuoto quasi per cercarvi la risposta, poi, rimescolò il caffè, guardò i suoi vicini e, facendo spallucce, soggiunse: — Eh, già! Sempre originali gli artisti.
Proprio vero! Sempre originali gli artisti. Ma del resto tale originalità nelle stanze del Greco è più comune di quanto si crede; poichè, come osservava giustamente il mio amico Angelo Conti, è scritto nel libro del Fato che i pazzi più strani, quelli che noi potremmo chiamare l'aristocrazia della demenza, siano essi romani, italiani o dei più remoti paesi, debbono lasciare un segno della loro esistenza nella bottega di via Condotti.
Una sera, rammento, entrò nel Caffè un vecchietto macro, rosso in volto e vestito di nero. Nessuno di noi l'aveva mai visto, ma egli ci strinse a tutti la mano; poi, dopo un inchino solenne, ci disse che egli era Donato Sacchetta, albergatore in Bomba, un piccolo paese dell'Abruzzo, ed ex professore di filologia comparata; e, con nostra grande meraviglia, ci comunicò di esser venuto apposta a Roma per esporre agli amici del Caffè Greco il suo sistema di cosmologia. Chiese un caffè, se lo bevve, e poi, mentre noi non ci eravamo ancora rimessi dalla sorpresa, incominciò a dire a voce alta: — Illustri signori! Il vero mezzo per scoprire la ragione delle cose è offerto dal linguaggio. Ogni parola racchiude la rivelazione di un mistero dell'esistenza universale. In questa maniera io ho potuto tuffarmi nel gran mare dell'Essere fra l'eterno flusso e l'eterno riflusso. Ora, se lo permettete, lo farò vedere a voi tutti. Io sono il mistico cignale che trionferà sul carro del possibile contro l'impossibile, io sostituirò alla matematica la filologia, io...
A questo punto, mentre tutti tacevano guardandolo esterrefatti, e qualcuno si allontanava prudentemente, si fece avanti il professore Spetrino, autore di un saggio critico e inedito, su Jean-Baptiste Racine e libero docente di lingue vive e morte nella nostra Università. Allora fra i due professori si accese una disputa furibonda, tanto furibonda che per farla cessare dovettero intervenire altri tre interlocutori: il barbuto e placido proprietario del Caffè e due guardie di pubblica sicurezza. E forse non fu il sistema di Donato Sacchetta che, pochi giorni dopo, spinse lo Spetrino ad entrare nella caserma dell'artiglieria al Macao ove prese a bastonare i cannoni, gridando che era giunta l'ora di distruggere tutte quelle orribili macchine da guerra? Povero Spetrino! Lo fermarono, lo legarono e, mentre egli urlava: — Portatemi nel tempio della Fratellanza e della Pace! — lo portarono al manicomio.
Un altro ne ricordo: un pittore milanese caduto rapidamente da una gloriosa giovinezza in una oscura e precoce vecchiaia. Lo riveggo ancora, vestito d'estate e d'inverno con un soprabitone di colore giallognolo non fatto certo per le sue spalle, entrare nella bottega, traversarla a piccoli passi e andarsi a mettere a sedere in un angolo quasi buio. Non parlava mai con nessuno. Il suo volto scarno aveva l'impassibilità di una maschera. Se mai qualcuno gli rivolgeva la parola, rispondeva con un lento movimento del capo e ritornava subito immobile. Un giorno lo trovarono insanguinato e morente sopra uno dei gradini dell'obelisco del Popolo. S'era tagliate con un pezzo di vetro le vene dei polsi, e dopo di avere scritto sul travertino col proprio sangue: «Siate onesti», era caduto. Il disgraziato, fra i commenti della folla, venne condotto all'ospedale, e le due parole formidabili furono cancellate subito con l'acqua di Trevi delle vicine fontane. Ma prima che le cancellassero, mentre illuminate dal sole spiccavano ancora fosche su la pietra gialla, un signore le lesse e domandò chi le avesse scritte. Tutti gli risposero: — Un pazzo.
Non sempre però il sanguigno e lugubre ammanto della tragedia ricopre le persone di coloro che nelle stanze del Greco rappresentano la follìa artistica internazionale. Fra cotesti illustri rappresentanti me ne torna alla memoria uno il quale sapeva travestire con tale sottile ironia e con tanta volgare buffoneria il suo nero pessimismo, inasprito continuamente dai disinganni e dalla fame, che al vederlo e all'udirlo non si poteva fare a meno di ridere. Di quanto gli era accaduto o gli accadeva realmente, non parlava quasi mai: lo lasciava raccontare alle rughe numerose e profonde del suo volto, al suo abito sbrandellato ove erano più asole che bottoni, ed a tutta la sua figura macra ed ossuta. I suoi discorsi, spesso illuminati da lampi inaspettati di comicità irresistibile e da stravaganze inaudite, si aggiravano ognora intorno a invenzioni meravigliose o sopra a visioni fantastiche di mondi strani e sconosciuti, e finivano quasi sempre con motti feroci che stroncavano una reputazione scroccata o frantumavano un'opera, così detta, d'arte, o frustavano a sangue un artista mediocre favorito dalla fortuna.