— Non ci sono più andato. — mi rispose subito; e, dopo di aver fatto un gesto di terrore, alzò una gamba, si toccò il polpaccio e riprese con grande sincerità: — Non ci sono più andato perchè, sebbene la mia venerazione per il mio maestro e per la sua arte astronomica sia eccezionale, io la vita umana la ritengo una cosa troppo sacra per essere data in pasto ai cani. Dico male?
— Benissimo! Però il vostro maestro ci va sempre in campagna, di notte?
— Sempre. Del resto — aggiunse, crollando il capo — per tutto quello che riguarda la vita non abbiamo, purtroppo!, le stesse idee. Le nostre opinioni sono molto diverse.
— Cioè?
— Ma, per esempio: lui non porta mai la camicia perchè la crede inutile, io invece la trovo necessaria; lui dice che meno si mangia e meglio si sta, io invece questo non lo posso ammettere; lui mi raccomanda sempre nel caso trovassi uno che mi offrisse un milione, di buttarglielo in faccia, e io questa raccomandazione la trovo...
— Superflua?
— No, ingiusta. E per quale ragione io dovrei rispondere con una villania a chi mi vuol fare una gentilezza? Ma niente affatto! Se domani uno viene da me e mi dice: «Giovannino, eccovi un milione», io lo ringrazio, mi piglio il milione, e me lo metto nel portafoglio. Ma non basta. Lui, per esempio, vorrebbe anche persuadermi che se mi abituassi a mangiare il carbon fossile io potrei correre e fischiare come una locomotiva, e questa sua idea, a dire la verità, io la credo molto discutibile. Insomma, se lui mi ragiona sull'arte astronomica, io, secondo le mie forze, sono sempre disposto ad andargli appresso con gli occhi chiusi; ma se invece mi parla delle cose che riguardano la vita, io non lo posso seguire.
— Ma l'andare in campagna, di notte, a disegnare le stelle mi pare che sia una cosa che riguarda l'arte.
— Ah! mille perdoni! È una cosa che riguarda l'arte, sì; ma anche la vita, perchè ci sono i cani. — mi rispose; e ripetendo quel gesto di terrore, già fatto poco prima, e tornando a toccarsi il polpaccio, seguitò: — Del resto lui è lui, e certe cose se le può permettere. E poi se non se le permettesse, non potrebbe fare quello che fa.
— Ma che cosa fa? — gli domandai: ed egli, felice di potersi allontanare dai cani, il cui ricordo gli faceva ancora vedere le stelle, s'aggrappò immediatamente alla mia domanda e incominciò a discorrere con grande enfasi cercando di spiegarmi quale e quanta fosse la grandezza fisica e morale dell'opera sublime del suo maestro incomparabile. Non ci potei capir nulla. Ma appunto per questo fui assillato dalla curiosità di vedere che diamine di roba il maestro incomparabile mettesse sulla carta nelle sue gite notturne; e qualche giorno dopo avendolo incontrato nel Caffè Greco, me gli avvicinai e gli chiesi se mi permetteva di visitare il suo studio.