— Non pigli il caffè? — gli chiesero.
— No — rispose il giovanotto, vuotando in fretta il bicchierino — no. Il caffè m'urta troppo i nervi.
La risposta era persuasiva: gli amici non gli domandarono più nulla e lui seguitò ad annaffiare le sue vittorie con l'infernale mistura: non gli domandarono più nulla; ma ogni volta che veniva pronunciato il suo nome, non sapevano trattenersi dall'esclamare: — Che peccato! Buono, bravo, giovane... Rovinarsi così! — E se qualcuno chiedeva qual cosa facesse egli mai per rovinarsi così, gli rispondevano con voce accorata: — S'è dato ai liquori. — E soggiungevano: — Li beve come noi beviamo l'acqua.
Proprio vero!, poichè la bottiglia del famoso liquore bianco, fabbricato coi nòccioli delle ciliegie, conteneva soltanto acqua pura.
In conclusione egli beveva bicchierini di acqua; gli altri li pagavano come se fossero pieni di liquore, e il cameriere, che sapeva tutto, portava il danaro al suo padrone. E fu così che il bravo giovanotto si fece, è vero, la fama di un indurito ubriacone, ma pagò il suo debito fino all'ultimo centesimo.
Ma oltre al grande amore ch'ei nutre per l'acqua l'avventore del Caffè Greco si differenzia non di rado dai frequentatori degli altri Caffè per il conto in cui tiene la negra infusione arabica; poichè, mentre ovunque cotesta infusione si suol berla per digerire il desinare che s'è mangiato, nella bottega di via Condotti invece la si beve sovente per digerire il pranzo che non si mangerà. Gli artisti, è risaputo, più di ogni altra classe di persone, vanno soggetti a distrarsi, e perciò come talora si dimenticano di pagare la pigione dello studio, così qualche volta si scordano di desinare. Io di artisti afflitti da cotesti fastidiosi svagamenti dello spirito ne ho visti parecchi. Ne ricordo uno fra gli altri, che mi venne presentato da un mio conoscente, il quale, avendo con lui una certa affinità di temperamento si onorava di essergli discepolo.
Era un francese; parlava poco e male il nostro linguaggio; e benchè sapesse lavorare discretamente, un po' per colpa sua e un po' per colpa degli altri, quando arrivava alla fine della giornata gli ci mancavano sempre venti soldi a mettere insieme una lira. Poveretto! Aveva continuato per varii anni a combattere contro l'avversa fortuna, e dalla lotta terribile alfine era uscito così malconcio che, forse per consolarsi, s'era messo a studiare astronomia. Quando io ebbi il piacere di stringergli la mano, egli nella scienza degli astri aveva già fatto progressi spaventosi: tali, quali Ipparco, Tolomeo, Copernico, Keplero, Galileo, Newton e Laplace non glieli avrebbero sicuramente invidiati. La volta del cielo era, si può dire, per lui la volta della sua camera da letto. Le stelle le conosceva tutte e di ciascuna sapeva il nome, il cognome, la patria e la condizione: nessuna delle loro abitudini gli era ignota, e poteva descrivere esattamente le più segrete caratteristiche della loro fisonomia.
Il suo discepolo, trovandosi senza dubbio in condizioni tali da poterlo affermare senza correr pericolo di essere smentito, una sera mi assicurò che il suo maestro se lo avesse voluto avrebbe potuto anche parlarci, con le stelle, perchè ne conosceva la lingua. Veramente di questo io ho sempre un po' dubitato; quello però di cui non sono mai stato dubbioso è che il francese spesso nelle notti serene s'inoltrava nella campagna con una lanternina e una cartella per andare a ritrattare una stella della quale s'era invaghito. Quando la trovava già alta nel cielo si metteva subito a disegnarla; se invece al cader della notte non era ancor sorta, l'aspettava; e appena la vedeva brillare fra le nebbie del lontano e sconsolato orizzonte accendeva la lanternina, vi accostava un foglio di carta e incominciava a lavorare; e al primo apparire del giorno spegneva il lumicino, e mentre intorno a lui si alzavano a volo trillando festosamente le allodole, se ne tornava a Roma, voltandosi di tanto in tanto per salutare la sua stella che vaniva tremolando nella luce fredda dell'alba.
Il discepolo io lo vedevo spesso, perchè, avendo saputo che io scrivevo nel «Capitan Fracassa», nella speranza di potermi indurre a stampare sui giornali qualche poesia in onore del suo maestro, godeva a intrattenersi con me per raccontarmene le gesta; e io a dire la verità godevo non poco a sentirlo parlare. Una volta gli chiesi se alle gite notturne, delle quali mi discorreva sovente, prendesse parte, e mi rispose, turbandosi, di sentirsi troppo piccolo per poter andare in campagna di notte con un uomo tanto grande. La risposta non mi parve molto chiara: gli rivolsi altre domande e mi riuscì di fargli confessare come una notte certi brutti cani, attirati dal chiarore della lanterna del maestro, lo avessero assalito e quasi divorato.
— Sicchè da quella notte...