Dove sarà andato a finire il cimelio prezioso? E chi lo sa!

Un giorno che il Frezza mi parlava lungamente del libro, dicendomi, fra l'altro, di averci vista una pagina scritta da un famoso romanziere russo, il quale abitava in via Sistina ed era assiduo frequentatore della bottega (doveva essere certamente il Gogol), io gli chiesi se ricordasse di averci visto anche qualche cosa del Pinelli e del Leopardi; ma non mi seppe rispondere.

Il Leopardi durante la sua permanenza in Roma, ove corse il pericolo di vestirsi da prelato e di andare con l'abito paonazzo a governare una provincia, dimorò precisamente nella casa vicina a quella dove abitava, ed abita ancora, il Caffè Greco; dunque può darsi che il poeta della Ginestra, se non altro per rapporto di buon vicinato, almeno una visita alla bottega famosa gliel'abbia fatta; ma il Pinelli io credo che non vi sia mai andato. L'amaro e reo caffè al sor Meo piaceva poco. Al caffè di Portorico e di Moka egli preferiva il caffè de li Castelli, e specialmente quello che matura e s'indora nell'autunno sui dolci colli tuscolani. Per ciò tutto, non si rischia di correr troppo pensando che se pure il bizzarro artista romanesco vi è entrato qualche volta, nelle stanze del Greco, vi sia entrato per sbaglio.

Al Frezza un'altra volta io ricordo di aver dimandato se fra i disegni conservati nel libro, di cui s'è discorso, rammentasse di averne visto qualcuno di Massimo d'Azeglio, ed ei mi rispose affermativamente e mi parlò di un «guerriero a cavallo». Del resto il buon uomo, quando io lo invitavo a darmi qualche notizia sugli artisti che avevano frequentata la bottega prima che questa fosse divenuta sua, dopo di avermene discorso brevemente a voce bassa e solenne, come se si trattasse dei suoi antenati, forse temendo di non ricordar bene, taceva; ma se invece io gli chiedevo quali persone illustri egli potesse dire di aver visto coi suoi occhi entrare e trattenersi nel suo Caffè, allora il caro vecchio si animava tutto, sorrideva, si accarezzava con la piccola mano aperta la bella barbetta argentea, alzava un pochetto la voce e vinto da una commozione profonda in cui si sentiva un po' d'orgoglio mi nominava Wagner, Liszt, Gounod e Bizet, Gregorovius, Gibson e la sua allieva Enrichetta Hossmer, che, fuggita a sedici anni dalla famiglia, venne qui, sola, dall'America per studiare scultura; Barrias, Wurzinger, Harpignies, Hamon, Rosales e Mariano Fortuny, il Riedel, Regnault, Hébert, Celentano, Morelli, il Catel, il Mayer, che morì di un colpo apopletico proprio nella bottega, il Pollak, Carlo Coleman e Federigo Faruffini; poi, dopo di avermi indicato il posto ove alcuni di costoro erano soliti di mettersi a sedere, finiva quasi sempre col mostrarmi una vecchia fotografia di un quadro dipinto nel 1845 dal Passini: un quadro in cui è effigiata la prima stanza del Caffè, ove allora era il banco, che adesso invece sta nell'ultima, e mostrandomela mi faceva osservare fra le figure quella del cameriere che è appunto il ritratto di quel tal Raffaele, il proprietario del libro ove era, si può dire, la storia del Caffè Greco.

Ma dove sarà andato a finire il cimelio prezioso? E chi lo sa?!

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Da quanto può vedersi nel quadro del Passini, parrebbe che quando ei lo dipinse nella bottega di Via Condotti di cameriere ve ne fosse uno solo; ora invece ve ne son due, i quali rispondono, ma non con troppa premura, ai nomi di Nunzio e Salvatore.

Nunzio e Salvatore pur essendo abbastanza vecchi vengono comunemente chiamati «i due giovani», e tanto l'uno quanto l'altro dal continuo contatto con gli artisti hanno appreso un certo disprezzo per le forme esteriori, massime per ciò che riguarda il rispetto verso gli avventori, e un'aria di indipendenza indomabile che molto li onora. Ambedue servono, è vero; però quando vanno attorno per le stanze sorreggendo i vassoi scintillanti sui quali tintinnano e fumigano urtandosi insieme i bricchi, le tazze e i bicchieri, il loro passo, come direbbe la buon'anima di Francesco Domenico Guerrazzi, è quello di servi liberi in Caffè libero. Del resto tutti e due dalla lunga permanenza nella bottega e dal diuturno esercizio delle loro funzioni hanno imparata una certa tal qual filosofia, non senza una discreta dose di pessimismo bonario, che li porta a pigliare il mondo come viene e l'avventore come Dio lo manda. E questo di solito per i gusti e per le abitudini differisce assai dal maggior numero dei suoi simili i quali popolano ordinariamente tutti i Caffè dell'orbe terracqueo. Una delle sue caratteristiche, se non la prima, è quella di preferire l'acqua a tutte le bevande multicolori più o meno dolci ed amare. Difatti il numero dei bicchieri d'acqua che giornalmente e seralmente si consuma nelle pittoresche sale del Greco è inaudito. Chi di cotesti bicchieri volesse farne in capo all'anno un computo, anche approssimativo, dovrebbe, io credo, prima di mettersi al lavoro, inventare molti numeri nuovi! Ma a proposito di acqua mi torna a mente una graziosa storiella.

Un giovanotto, assiduo frequentatore del Caffè, oltre all'aver molto ingegno, aveva, cosa molto naturale, un picciol debito col padrone del negozio e, cosa più naturale ancora, cotesto debito non lo pagava mai. Rebus sic stantibus il suo nome, che più tardi doveva esser scritto a lettere d'oro nel libro glorioso dell'arte, per allora rimaneva, purtroppo, vergato col nero inchiostro in un vile scartafaccio ove erano annotati i nomi di coloro che dovevano denaro alla bottega.

Il giovanotto, ogni giorno, giuocava or con questo or con quello qualche partita a scacchi e, abilissimo com'era, vinceva quasi sempre la posta: il prezzo di una tazza di caffè. Una volta i suoi amici furono sorpresi di sentirgli chiedere al cameriere, invece dell'abituale «tazza nera», un bicchierino di un liquore bianco ferocissimo, fabbricato, Dio ce ne scampi e liberi tutti!, coi nòccioli delle ciliegie.