Lo scritto del Villemot non ha di certo una grande importanza nella storia della letteratura francese, ma ne ha, mi pare, una grandissima in quella del nostro Caffè, poichè ci dimostra come questo, sol che lo volesse, potrebbe onorarsi di avere ospitato nelle sue stanze, fra le tante persone celebri, anche un capobrigante. Potrebbe; ma, siatene certi, non lo farà. La bottega illustre, che pur avendo la fortuna di poter annoverare nella lunga serie dei suoi avventori un re, non se ne è mai vantata; figuriamoci un po' se vorrà farsi avanti per gloriarsi di avere accolto fra le sue oneste pareti il famoso Carmagnola!
Lasciamo stare dunque il brigante e parliamo del re.
Luigi primo di Baviera nei lunghi soggiorni che fece in Roma, per passarvi ogni anno lietamente i mesi dell'inverno, dall'alto della sua Villa Malta, in cui abitava, scese spesso nel Caffè Greco per cercarvi i suoi amici tedeschi, dai quali era adorato, e per portarli in qualche osteria romanesca. Le osterie dove, senza far torto alle altre, egli soleva più di frequente condurre gli artisti, eran due: una in riva al Tevere presso Ripagrande, sempre fornita di eccellente marsala, e un'altra all'insegna della Campanella, in piazza Montanara, ove il Goethe incontrò la bella Faustina da lui poi immortalata nelle Elegie Romane. Con quale gioia gli artisti accogliessero gli inviti del buon Luigi e con quanta prontezza abbandonassero per seguirlo il loro ritrovo abituale, non occorre dirlo; ma non occorre dire nemmeno che vi ritornavano presto.
Der Kaffée in dem Kaffé Grec
Den Katzenjammer jaget weg.
Questi due versi che ci fan sapere come il caffè del Caffè Greco fosse allora ritenuto dagli artisti tedeschi un rimedio eccellente per far svanire i fumi delle sbornie, possono servire, io credo, anche a farci intendere come, in ogni caso, la loro lontananza dalla via Condotti non dovesse certamente prolungarsi al di là dello stretto necessario! Vi tornavano dunque; ma appena Luigi veniva a rivolger loro nuovi inviti, se ne allontanavano ancora per seguire il buon re nelle sue osterie predilette, ove egli amava di mangiare e di bere allegramente ammirando, se se ne presentava l'occasione, le belle popolane di Trastevere, cantando le dolci canzoni della patria lontana, e recitando fra un bicchiere e l'altro qualche epigramma composto nella giornata. Uno appunto di cotesti epigrammi del re Luigi ha per argomento la bottega di via Condotti; e lo Schiaparelli lo ha tradotto così:
D'alemanni ritrovo meglio tedesco chiamarte,
Ma noi stringe coi greci l'affinità dell'arte.
E fra gli artisti italiani quali furono quelli che più o meno assiduamente visitarono il Caffè? Tutti. O, almeno, quasi tutti; poichè si può dire, senza esagerare, che fino al 1870 il Circolo artistico internazionale di Roma fu il Caffè Greco.
Negli anni oramai lontani, quando incominciai a frequentare la bottega di via Condotti, al vecchio Frezza, che precedette nell'esercizio del locale l'attuale proprietario, io solevo chiedere spesso notizie sulla preistoria del negozio allora suo, e ricordo che dopo di avermele date egli mi diceva sempre di averle apprese sfogliando un grosso libro posseduto da un certo Raffaele, un vecchio cameriere da lui trovato nella bottega e conservato per qualche tempo al suo servizio. Il libro, a quanto affermava il Frezza, era «un museo», e conteneva firme, indirizzi, poesie, pezzi di musica, disegni, caricature e motti di coloro che avevano frequentato o visitato il Caffè.