Ritornato a Roma lo Stendhal seppe che il Forby frequentava il Caffè Greco: vi andò subito e, ohimè!, fu choqué di trovare nel pittore a cui egli somigliava tanto un uomo sans doute fort bien au moral mais si peu beau!... — La qual cosa fa chiudere all'illustre psicologo il racconto della sua comica avventura con questa malinconica osservazione: — Il est singulier combien l'homme le moins fat pervient encore à se faire illusion sur sa taille et sa figure!
Fra l'autunno del 1830 e l'inverno del 1831 la bottega di via Condotti, arrivata all'apogeo della sua fama, ebbe, fra gli altri molti, due illustri visitatori; forse sarebbe meglio dire due illustri denigratori: il Berlioz e Felice Mendelssohn-Bartholdi. Difatti il Mendelssohn, in una lettera al suo babbo, del povero Caffè Greco ne parla così: «L'una stanza piccola e buia, larga circa otto passi, e da un lato di quello stambugio si può fumar tabacco, dall'altro no. Tutti siedono all'intorno sui banchi con in testa larghi cappelli e con tutto il viso e il collo coperto dai capelli; fanno un fumo orribile e denso e si dicono reciprocamente delle volgarità: hanno accanto grossi cani da macellaio, i quali sono incaricati della diffusione degl'insetti. Ciò che sul loro volto è libero dalla barba è coperto dagli occhiali; un fazzoletto da collo e un frack sarebbero novità; ingoiano caffè e parlano di Tiziano e di Pordenone come se questi sedessero accanto a loro». Non c'è male! Ma anche il Berlioz, che vi andò subito appena arrivò a Roma, la sera stessa del suo ingresso all'Accademia di Francia, non scherza: ecco con quali graziose parole egli ne tesse l'elogio: — Le fameux Café Greco c'est bien la plus detestable taverne qu'on puisse trouver: sale, obscure et humide, rien ne peut justifier la préférence que lui accordent les artistes de toutes le nations fixés a Rome.
Povero Caffè Greco! Nondimeno se tutti ne dicono male, tutti ci vanno, e lo stesso Berlioz deve confessare che la plus detestable taverne qu'on puisse trouver quando egli vi andò era talmente frequentata dagli artisti stranieri che la maggior parte di essi vi si faceva indirizzare la corrispondenza, e deve dire che gli artisti, arrivando a Roma, se volevano trovare i loro compatrioti dovevano cercarli al Caffè Greco. Difatti non mai come allora la bottega di via Condotti fu onorata da un così gran numero di avventori illustri; non mai come allora, quando i due celebri alunni di Euterpe ne parlavano con tanto dispregio.
Per ricordare soltanto gli stranieri che la frequentarono in quei giorni, o poco più tardi, basta nominare fra gli altri e su gli altri lo scultore danese Alberto Thorwaldsen, Mickiewicz, Orazio Vernet, Ampère, che visitando i nostri monumenti e osservando i nostri costumi raccoglieva già gli elementi per la sua Histoire Romaine a Rome, Thomas il futuro autore dell'«Amleto» e della «Mignon», Barbier il poeta della Curée, dell'Idole e del Pianto, Delaroche, Corot, Dupré, il mistico Orsel, lo Schnetz, che doveva poi essere eletto per due volte direttore dell'Accademia di Francia, e Leopold Robert il pittore dei Moissonneurs e di quegli altri molti quadri raffiguranti i vari episodi della vita dei briganti; i quali quadri e i quali briganti diedero a lui la gloria e a noi quella tal rinomanza da cui non ci siamo ancora liberati. Ma però la verità bisogna dirla tutta: s'egli è certo che cotesta non davvero invidiabile rinomanza il Robert fu il primo a procurarcela non è nemmeno dubbio che gli artisti nostri fecero quanto poterono perchè ci venisse conservata!
Il Raggi in un opuscolo da lui stampato nel 1836 intorno alla vita e alle opere di Bartolomeo Pinelli, dopo di aver ammonito gli artisti di astenersi dal dipingere e dallo scolpire «gli orridi fatti di quei malandrini che in sulle vie assalivano lo infelice viaggiatore che spesse fiate per le scellerate mani di quegli empi rinveniva la morte» e dopo di averci detto che il Pinelli «tali spettacoli orrendi, che sono un'onta per l'umanità, li ritraeva sì al vero che glie ne venivano commessi moltissimi», ci fa sapere come il conte Gourieffe, oltre a cinque quadri, allogasse all'artista trasteverino anche ventiquattro incisioni (i cui rami poi vennero portati in Russia) nelle quali dovevano essere rappresentate «le principali azioni di una mano di perfida gente che infestava le vicinanze di Frascati».
Del resto quando si pensa con quale insaziabile brama gli «orrendi spettacoli» dei quali parla il Raggi, effigiati sulle tele o scolpiti nel marmo, venissero allora ricercati, ammirati e, quel che più importa, comperati da tanti e tanti amatori, fra i quali erano in prima linea il re del Belgio, il re di Prussia, il re d'Olanda, i Bonaparte, i Demidoff, i Souwaroff, i Rothschild, i Fitz-James, i Basilewski, i Metternich e gli Schoenbrunn, non può davvero recar maraviglia se gli artisti nostri invece di fermarsi ad ascoltare il Raggi si mettessero a camminare per la strada brigantesca aperta dal Robert. Che se poi si volesse dimostrare fino a qual punto essi desiderassero di percorrerla cotesta via, basterebbe solamente ricordare come il Robert per soddisfare le richieste insistenti di coloro che volevano acquistare uno dei suoi quadri intitolato: Femme de brigand veillant sur le sommeil de son mari, fosse costretto a doverne dipingere in poco tempo quattordici repliche! E basterebbe dire che molti, quando perdettero la speranza di avere il quadro, pur di ottenere dal pittore qualche cosa dipinta da lui, lo supplicarono ad accontentarli dicendogli: — Mon cher monsieur Robert, un petit brigand, S. V. P.!
Ma la causa che spinse il Robert ad illustrare col suo pennello la vita dei malandrini fu abbastanza curiosa. Egli non era certamente venuto a Roma dal Canton di Neufchatel per questo! Tanto è vero che quando arrivò qui, benchè il brigantaggio infierisse da per tutto nello Stato Pontificio, agli avvenimenti briganteschi ei non chiese alcun soggetto per i suoi quadri, e mentre le bande del famigerato Gasperone assalivano le strade fin presso alle porte dell'Urbe, e le numerose squadre dei carabinieri facevano inutilmente del loro meglio e del loro peggio per disperderle, riproduceva nelle sue tele interni di chiese e di sacrestie, scorci di vie e di cortili e prospettive di chiostri: e, forse, da cotesto genere di pittura non si sarebbe allontanato se la polizia, fra le tante cose che in quei giorni pensava e metteva in opera per distruggere i banditi, non ne avesse pensata una la quale non distrusse niente e diede al modesto pittore di interni non solo il modo di diventare un grande artista, ma anche i mezzi per poter divulgare con la sua arte le gesta dei masnadieri e renderle popolari in tutto il mondo.
La bella pensata della polizia fu questa: arrestare l'intero paese di Sonnino, ove essa riteneva che si formassero le bande dei malviventi, e portarlo a Roma! Difatti un bel giorno (Veramente per i sonninesi il giorno dovette esser brutto!), una formidabile armata di carabinieri salì dalle paludi Pontine verso il paese, lo circondò, incatenò quasi tutti i suoi abitanti e li portò trionfalmente a Roma, dove uomini, donne e bambini, vennero chiusi parte in Castel S. Angelo e parte in un vasto edificio a Termini, accanto alle Terme di Diocleziano.
Il Robert andò a vederli e rimase profondamente colpito dall'energia e dalla purezza delle loro fisonomie, dalla linea statuaria delle loro persone, dalla eleganza e fierezza dei loro gesti, e specialmente dalla originalità dei colori e delle forme dei costumi che indossavano. Tornò ancora a visitarli e ammaliato dalla bellezza superba di due donne, una certa Teresina e una tal Maria-Grazia, le quali poi rimasero in Roma e divennero due modelle famose fece chiedere a Monsignor Governatore, il Bernetti, un permesso per poterle andare a disegnare: l'ottenne e dopo qualche mese di lavoro assiduo espose nel suo studio, con i ritratti delle due belle sonninesi, alcuni quadri di soggetto brigantesco, i quali sì per la novità del genere come per la maestria con cui eran composti, disegnati e dipinti ebbero un successo straordinario, e furono l'origine di quella enorme quantità di pitture, sculture, disegni, incisioni e litografie di scene e rappresentazioni della vita dei banditi, che spargendosi per il mondo ci procurò, come dissi dianzi, quella fama, non del tutto immeritata, del resto, in grazia della quale chiunque veniva fra noi vedeva briganti da per tutto. Perfino nel Caffè Greco! Par credibile? Eppure è così.
In un volumetto pubblicato a Parigi nel 1869, un certo Auguste Villemot incomincia un suo scritto, intitolato Brigands et Voleurs, precisamente con queste parole: — En 1847 j'étais à Rome. J'y frequentais le Café Grec, établissement très pittoresque... e lo prosegue dicendoci come proprio in cotesto établissement egli avesse il piacere di conoscere un signore sulla sessantina, con occhiali e parrucca, il quale, niente di meno, era il famoso capobrigante Carmagnola, che, ritiratosi dalla professione con quarantamila scudi, viveva in uno dei migliori alberghi di Roma e recavasi tutte le sere nella bottega di via Condotti per leggervi le gazzette e per giuocare qualche partita a dòmino, conversando piacevolmente con gli amici.