Nella bottega, tutta immersa in una penombra deliziosa non v'era nessuno, e noi vi rimanemmo fino a quando accesero i lumi. Allora ci alzammo, e dopo di esserci fermati qualche momento nella prima stanza per ammirare ancora una volta le pitture di Ippolito Caffi, morto gloriosamente a Lissa, sulla Palestro al fianco di Alfredo Cappellini, uscimmo.
***
Forse la prima descrizione che sia stata fatta del Caffè Greco è quella che Giacomo Casanova ci ha lasciato di quel 'Caffè di strada Condotta' ove egli, chiamatovi dall'abate Gama, entrò nell'ottobre del 1743, trovandovi quella eletta radunanza di maldicenti, di ruffiani, di castrati e di abati che ci descrive con tanta vivezza: dico forse, perchè l'avventurier farabutto, allora al servizio del cardinale Acquaviva, il nome del 'Caffè di strada Condotta' non lo dice. Chi lo dice in tutte lettere è Pierre Prudhon, il quale essendovisi recato qualche volta insieme col suo amico Bertrand ne disegna la fisonomia artistica con queste precise parole: — Là tous les maitres sont passés en revue et ne sont point épargnés. On critique celui-ci, on dechire celui-là. Tous ceux qui ne peuvent entrer en comparaison avec Raphäel sont proscrits. Raphäel lui-mème est blàmé de ne s'ètre pas assez servi de l'antique. Le mieux de tout cela, c'est que tous ces messieurs les beaux parleurs n'étudient ni l'antique ni Raphäel et s'amusent chez eux à ne rien faire qui vaille.
Qualche mese dopo che il dolce e malinconico pittore borgognone scriveva al suo amico Fauconnier queste parole, Wolfango Goethe era in Roma. Vi andò forse egli mai, il gran pagano, nella bottega fondata dal greco? Non saprei dirlo: ma se, come è certo, il Tischbein ed il Moritz, suoi intimi amici, la frequentarono, è probabile che qualche volta vi sia andato anche lui; tanto più che non soltanto da una lettera del Moritz, ma da alcuni scritti dello scultore Schaeffer e da qualche pagina del romanziere Gian Giacomo Guglielmo Heinse impariamo come fin dal 1780 il Caffè Greco fosse già, per i tedeschi residenti o di passaggio in Roma, un luogo di ritrovo. Difatti più tardi vi si radunarono i «nazareni»: quegli artisti i quali, venuti qui dalle varie provincie della Germania e aggruppatisi intorno a Federigo Overbeck, essendo rimasti profondamente impressionati dalla suntuosità delle chiese romane, dalla magnificenza delle funzioni papali, dai Miserere della cappella Sistina e dalla bontà del vino de li Castelli, si fecero cattolici, iniziando in sul principio del secolo nostro quel periodo di conversioni che per lunghi anni nella colonia tedesca di Roma fu una specie di contagio.
Per loro l'arte era una preghiera, e i quadri e le statue non avevano altra ragione di essere se non quella di recare lustro e decoro alla religione: si erano radunati nel piccolo convento di S. Isidoro, abbandonato allora allora dai francescani irlandesi, e ci vivevano tutt'insieme. Al primo apparire del giorno, chiamati da una campana, si riunivano tutti in una cappella, e dopo aver cantato in coro il Veni creator spiritus, se ne tornavano nelle celle a lavorare. Niente ignudi, s'intende; niente donne, niente anatomia e sopratutto niente mitologia. Degli Dei pagani non se ne doveva parlare nemmeno per burla. Agli abitatori ed alle abitatrici dell'Olimpo, gente immorale quant'altra mai, non si aveva da chieder nulla: per qualunque cosa occorresse, San Luca bastava e avanzava.
Cotesti «nazareni» (così li chiamò per derisione la mala lingua dello scultore Wagner), allorchè l'ombra della sera scendeva sul cenobio, avevano l'abitudine di scendere a loro volta al Caffè Greco e di trattenervisi per qualche ora. Lo Schopenhauer, quando venne a Roma, ve li trovò ancora quasi tutti, e non è difficile immaginare come e quanto li punzecchiasse col suo sarcasmo, esortandoli a dipingere ed a scolpire gli Dei di Omero: li punse tanto che alfine i poveretti, non ne potendo più, gli fecero dire che avrebbe fatto bene ad andarsene con la sua filosofia e a non più ritornare a intorbidare con le sue bestemmie i loro caffè e latte e le loro coscienze.
Una sera il filosofo di Danzica, seguìto come al solito dal suo cane barbone bianco, a cui aveva dato il modesto nome di Alma, che voleva dire 'anima del mondo', entrò nel Caffè; e arrivato nella stanza ove erano i «nazareni», dopo di averli salutati, disse loro: — Vedete: la nazione tedesca è la più stupida delle nazioni della terra; tuttavia in un punto è superiore a tutte le altre: cioè nel poter fare a meno della religione, e voi... — Uno scoppio formidabile di urli e di contumelie coprì le parole del filosofo; e tutti, levatisi di scatto dai loro posti, alzando i bastoni e le ombrelle, lo spinsero verso la porta della bottega; ed egli sempre seguìto dal suo cane barbone, ovverosia dall'anima del mondo, se ne andò mormorando: — La patria tedesca in me non s'è allevato un patriota! — Se ne andò, e nel Caffè Greco non mise più il piede.
Ma neppur loro, i «nazareni», durarono ancora molto a radunarvisi, poichè il Cornelius fu chiamato a Monaco per dirigervi l'Accademia di belle arti, e colà, chiusa la Bibbia dalla quale da buon «nazareno» ei traeva i soggetti dei suoi quadri, prese a dipingere gli episodi più celebri delle leggende germaniche; Schadow, eletto direttore della Scuola d'arte a Düsseldorf, prese la via dell'insegnamento; il Woghel, lasciati i temi chiesastici, si mise ad illustrare il Dante; Weit andò a Francoforte: e così lo Schnoor, il Pför, i due Müller, Colombo e gli altri lasciarono via via la bella Roma, ove Dio pensa a tutto, e se ne tornarono ai loro paesi. Soltanto l'Overbeck non si mosse: e qualche anno dopo scriveva al Weit: «Io mi aggiro solitario fra le rovine di Roma e mi pare che io stesso sia diventato una rovina».
Presso a poco nello stesso tempo in cui il Caffè Greco veniva abbandonato dai «nazareni», esso ebbe l'onore di accogliere lo Stendhal, il quale vi capitò spintovi da una circostanza che vale la pena di essere riferita.
L'autore della Chartreuse de Parme era andato a vedere la Cascata delle Marmore; e, dopo averla ammirata dal basso e dall'alto, se ne scendeva a Papigno, quando s'imbattè in una contadina che gli andò incontro salutandolo come una vecchia conoscenza. Sorpreso dalle parole e dagli atti della donna egli rivolge qualche domanda a un giovinetto che lo accompagnava, e questi gli risponde, guardandolo furbescamente: — Eh, ho capito; voi, signor Stefano, non volete essere riconosciuto. — Mentre alcune altre donne gli vanno incontro manifestandogli il piacere che provano nel rivederlo, egli torna ad interrogare il giovinetto, e dalle sue risposte arriva finalmente a sapere che tutti lo pigliavano per il signor Stefano Forby, un pittore francese il quale pochi mesi innanzi aveva dimorato in Papigno per dipingere i diversi punti di vista della Cascata famosa. Rallegrato dalla comicità dello scambio, lo Stendhal lasciò correre; ma quando arrivato alle prime case del paese si trovò in mezzo a una folla giubilante di uomini, di donne e di bambini, cercò di mettere le cose a posto. Tutto fu inutile. Più lui si sgolava a dimostrare di non essere il Forby, e più tutti gli dicevano ridendo: — Ah, signor Stefano, ma voi volete scherzare! — Insomma, giacchè non c'era altro da fare, l'autore della Chartreuse accettò di buon grado le role del pittore; rispose come meglio potè alle dimostrazioni di affetto di quanti gli si stringevano addosso; li portò tutti da un 'salamiere'; offrì a tutti da mangiare e da bere; rimase con loro allegramente fino al cadere del giorno e se ne scese a Terni seguìto dalle loro benedizioni.