Fra questi, nei primi anni che io frequentai la bottega, ne conobbi uno che non ho mai più scordato.
Era un moro. Alcuni missionarii ritornando in Italia dall'Africa, dove avevano predicato la verità evangelica agli infedeli, se l'erano portato appresso, e lo avevano battezzato imponendogli il nome lietissimo di Natale: ma, purtroppo, il nostro buon Dio del povero Natale non si era curato tanto quanto forse, se l'avessero lasciato stare a casa sua, se ne sarebbe curato il suo Allah; difatti, quando io lo incontrai in un angolo del Caffè Greco, il povero africano moriva di fame peggio di un europeo, e passava le sue giornate cercando inutilmente un'ora di lavoro, masticando qualche pezzo di sigaro, tossendo di tanto in tanto convulsivamente e bevendo a sorsettini lentissimamente, se poteva procurarselo, qualche bicchierino di rum di cui era ghiottissimo. Non era bello, no; ma le forme caratteristiche della sua persona, le sue movenze svelte e sempre eleganti e il modo singolare con cui soleva manifestare i suoi pochi pensieri e le sue molte sensazioni me lo rendevano simpatico, e se entrando nel Caffè mi avveniva di vederlo da lontano, rannicchiato dietro il marmo bianco di un tavolino, me gli avvicinavo e dopo di avergli stretta la mano lunga, ossuta, scimmiesca, provando l'impressione di toccare un tessuto di seta, gli sedevo accanto.
Quasi sempre io gli offrivo un bicchierino di rum, ed egli avvicinandovi le labbra grosse e guardandomi di sotto in sù con gli occhietti socchiusi, mi ringraziava mandando fuori dalla gola un suono roco e tremolante simile a quello che fanno i gatti quando si accarezza loro la nuca. Parlava poco e alle mie domande rispondeva sempre con monosillabi; ma la povertà del suo dizionario sapeva compensare con gesti efficacissimi. I suoi discorsi li finiva sempre con le mani. Talvolta sorrideva mostrando i denti forti e bianchi, ma non rideva mai. Poveretto! Dove ei fosse nato non sapeva dirlo: quelli che lo avevano messo al mondo non li aveva conosciuti; e se gli chiedevo di raccontarmi qualche cosa della sua infanzia, alzava le spalle e le riabbassava dicendomi: — Non so. — Le sue rimembranze non andavano al di là della sua adolescenza, ed erano tutte assai più nere della sua epidermide. Quei tali che l'avevano lavato dal peccato originale, stimando forse con cotesta operazione idraulica di essersi liberati da qualsiasi altro obbligo verso di lui, lo avevano abbandonato, ed egli, discesi ad uno ad uno i gradini dolorosi della più obbrobriosa miseria aveva finito a trovarsi in mezzo a certi saltimbanchi girovaghi, i quali, dopo di averlo incatenato e rinchiuso in una gabbia di ferro, lo andavano mostrando come un ferocissimo antropofago vivente e proveniente dalle foreste vergini della Patagonia: e, come se questo non bastasse, ogni sera, affinchè il rispettabile pubblico potesse avere una piccola idea del modo col quale il povero Natale divorava il suo simile, gli gittavano nella gabbia una gallina, ed egli, urlando e contorcendosi come un ossesso e scuotendo orribilmente le catene, la ghermiva, la spennava e la strangolava dinanzi agli spettatori inorriditi.
Dopo di averne fatte più di Carlo in Francia, capitato in Roma, senz'arte nè parte, si incontrò con un pittore il quale cercava un nero per effigiarlo, non so veramente con quanta esattezza storica, in un quadro rappresentante lo sbarco di Cristoforo Colombo in America, e da allora incominciò a frequentare gli studi ove trovò una certa Rosina, la figliuola di un ubriacone, che girava per le strade suonando un organetto a manovella, e se ne innamorò. Non la lasciava mai, e quando essa era a posare in qualche studio, se non poteva esserle vicino, l'aspettava in istrada pazientemente per poi accompagnarla fino all'uscio sgangherato di una casupola miserabile in un vicoletto nei pressi di Santa Maria Maggiore, ove ella abitava col padre e con l'organetto a manovella.
Un mio amico che li conobbe al tempo dei dolci sospiri, un giorno mi diceva sorridendo, come ogni volta che li aveva visti salire, tenendosi stretti per la mano, su per la scalinata della Trinità dei Monti, ove morivano i rintocchi dell'avemaria, e ogni volta che li aveva incontrati in via Sistina, mentre nella luce azzurra del crepuscolo tremolavano le fiamme gialle dei lampioni, non avesse mai potuto fare a meno di pensare allo Shakespeare. E, forse, chi sa? Chi sa se la povera Rosina non si fosse veramente innamorata dell'africano udendolo narrare le sue sventure? E chi sa se egli, il moro, non la ripagasse di amore per la pietà che n'ebbe?
Erano arrivati al punto di volersi sposare; ma questa volta Brabanzio giunse in tempo per impedire alla natura di cadere in tanto errore. Non valsero nè pianti, nè preghiere. Se la disgraziata osava di nominargli il suo Natale, la risposta del birbaccione era sempre una: — Nun vojo turchi a casa mia. — E se la poveretta, pur avendo di lui un terrore indicibile, gli faceva osservare che Natale era un cristiano, egli ribatteva prontamente: — Io a li cristiani neri nun ce credo. — Viveva alle spalle della sua figliuola e non voleva che gliela portassero via: ecco la verità. Non si sposarono dunque; ma seguitarono sempre a volersi bene, e si può dire che l'africano la sua Rosina non la lasciò se non quando, vinto da una tisi galoppante, fu obbligato di ritornarsene nel grembo del nostro Dio o forse in quello del suo Allah. La poveretta lo pianse con molte lacrime e poi passò ad altri amori meno neri, ma non meno disgraziati e, perduto il padre, cadde sotto le ugne di un brutto tipo: un formatore, il quale impadronitosi dell'organetto a manovella prese a suonarlo per le strade e più spesso sotto gli olmi, i ligustri e le acacie delle varie osterie suburbane; ma poi, annoiato dal dover sempre sentire la stessa musica, vi incollò sopra un foglio di carta con questa iscrizione: — Da vendersi o da affittare. Per le trattative diriggersi a me. — E quando in seguito a trattative laboriosissime gli riescì di disfarsene, dopo di essersi mangiato, giocato, e bevuto quel poco che ne aveva ritratto, ritornò a sporcarsi le mani col gesso, e, cavate le impronte di quasi tutte le parti del corpo della misera Rosina, che egli soleva chiamare ghignando «la mia signora» le andava offrendo per pochi baiocchi ai signori pittori di via Margutta.
Tutti e due finirono male. Lui, dopo di averne fatte tante, una meno legale dell'altra, non sapendo che cosa fare di peggio, essendosi messo a riempire con un metallo bianco di sua invenzione, molto simile all'argento, le forme cave di certe monetine da due lire, un giorno fu visto in mezzo a due guardie di pubblica sicurezza e non se ne sentì più parlare; lei, povera figlia!, una sera uscendo da una bettola si trovò trascinata, senza volerlo, in una rissa e fu raccolta morente per una grave ferita di coltello. La portarono in un ospedale e colà, dopo qualche ora di tormenti atroci, quella pace che ella aveva cercato tante e tante volte invano nella vita la trovò nella morte.
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Ed ora, giacchè è necessario di concludere, permettimi, o amico lettore, che io chiuda questo mio «Caffè» più o meno «Greco», il quale conclude questo volume, rivolgendoti una domanda.
Dimmi la verità, ti ho annoiato?