E quando passate innanzi alle vetrine dei parrucchieri, non vi siete mai sentita spezzare il cuore nel petto al vedere quelle povere figurine di manichini così belle, così giovani, e già così tanto infelici! costrette a girare eternamente, come un pollo infilzato allo spiedo, fra i vasetti di pomate e di balsami miracolosi? Quelle povere figurine hanno tutte, sul volto dipinto di cinabro, il sorriso; ma quel sorriso che hanno sui labbri non lo hanno nel cuore.
Ma noi abbiamo già troppo a lungo discorso dei manichini che abbandonarono lo studio. Lasciamoli ai loro rimorsi e fermiamoci a parlare del manichino rimasto ognora fedele all'artista nella fausta sorte e nella ria.
Proprio così; poichè, o gentili dame che mi ascoltate, non crediate che nello studio si rida sempre. Nello studio, purtroppo, si succedono talvolta giorni di dolore e di scoraggiamento.
Oh! in quei giorni come è triste quello stanzone che voi, dame gentili, vi figurate sempre come la sede della spensieratezza e dell'allegria! Allora, su l'ampio finestrone, batte assidua la pioggia; nell'aria non s'odono più le vibrazioni sonore della chitarra, di cotesto scacciapensieri dell'artista; sul tavolino i fiori, colti nel prato, diventano un mucchio di erbaccia fradicia; sui quadri la polvere oscura le tinte; sulla tavolozza i colori induriscono, e persino il vecchio orologio si dimentica di battere l'ora del pranzo! Nello stanzone s'ode l'eco d'un picchiettare assiduo, d'un martellare nervoso. È un giovinotto che nelle stanze terrene tormenta, con la punta d'acciaio, il seno bianco di una Venere di marmo. E l'acqua cade sempre sui vetri, attraverso ai quali si disegnano languidamente i colli lontani affondati nella nebbia grigia che ricopre gli orti e i pometi.
Allora, il pittore, solo nello studio, sdraiato sopra un divano ricoperto di stoffe orientali, dai cui angoli escono bioccoli di borra, fumando nella vecchia pipa, che gorgoglia rocamente, mentre il fumo sale, come un nastro, in alto, verso la tela, tesa a celare lo sconcio rincorrersi delle travi, sulla tela ove s'allungano le macchie nerastre dell'acqua, va dietro con la fantasia alle visioni dell'avvenire. A lui appaiono i meriggi assolati e le biade mature sotto l'azzurro purissimo delle giornate di luglio; a lui appaiono le fantasime della gloria che gli porgono con le braccia ignude corone di lauri; tutto quanto v'ha di bello e di lusinghiero appare alla fantasia dell'artista: anche l'esposizione mondiale di Roma! Poi, l'incantesimo cangia, all'azzurro succede il nero e allo sguardo sbarrato del pittore appare un lungo e squallido corridoio, ove si allinea una fila di lettucci; poi un carro nero che va sulla via fangosa fra due filari di cipressi bruni mentre nell'aria muore l'ultimo rintocco dell'Angelus. Allora egli si scuote, gitta sul tavolino ingombro di libri, di versi, di tavolozze, di penne e di pennelli, la pipa spenta e gira lo sguardo in un angolo dello studio, ove il manichino sta impassibile ad osservare. Oh! allora chi mi sa dire i muti colloqui che avvengono fra il manichino e l'artista?
Chi mi sa dire tutto ciò che egli in quei momenti confida al suo fedele compagno?
Ma il manichino non parla.
Guai se così non fosse.
E che direste voi se un manichino indiscreto e ciarliero, vi venisse a raccontare gli amori di un professore bianco per antico pelo con una gentile modella dalle trecce nere cadenti voluttuosamente sulla stoffa di un cuscino giallastro, e se venisse a raccontarvi le pose, i gesti, i corrugamenti di ciglia di un artista innanzi allo specchio, per istudiare un discorso da improvvisarsi più tardi in un Circolo artistico, in un Congresso artistico o innanzi a una bara bagnata di lagrime e ricoperta di fiori? Ma il manichino è discreto, il manichino non parla.
Ma sapete che scenette deliziose avverrebbero se il manichino parlasse!