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La luna era già sorta dal monte di Rocca d'Arce e le girandole degliu sparo scoppiettando sul cielo tingevano di vivaci colori le rocce e gli alberi, quando io scendeva verso il Liri, le cui acque si sentivano crosciar da lontano. Prima di arrivarvi, oltrepassato appena un piccolo e misero borgo, mi trovai davanti alle rovine di una chiesa antichissima, da dove, nel silenzio, veniva il miagolare di un gatto.
— Come si chiama quella chiesa? — domandai a Vicenzino, ed egli insonnolito com'era, appoggiandosi al collo del suo omonimo mi rispose: — La chiesta sgarrupata.
Mentre l'asinello mi riportava a casa, non sapendo che altro fare di meglio per ingannar l'uggia della via apersi il mio album e sciupai una delle sue pagine bianche scrivendovi sopra col lapis queste quattordici mezze righe rimate:
Batte la luna gialla su l'arcate
cadenti d'una chiesa bizantina
e, ne la calma tepida d'estate,
ne lumeggia la splendida rovina.
E giù, nel buio, stridono volate
di vipistrelli e cade la calcina