Ma è incredibile il numero dei quintali di polvere che si sciupa in queste contrade per manifestare la gioia religiosa! Li bòtti mi riportarono nel paese, ove sulla piazza della Cittadella un concerto, circondato da una folla di contadini, alcuni dei quali ballavano con le loro donne il salterello, suonava l'«Oh dolce voluttà!» di Marchetti. I musicanti, con le uniformi rosse e con su la testa gli elmi lucenti sormontati da lunghi pennacchi bianchi, quando ebbero finito di suonare, guidati dal loro capobanda che si trascinava dietro uno sciabolone in forma di scimitarra, traversarono il paese e si recarono, seguiti dal popolo, in un prato in mezzo a cui sorgeva un palco per l'estrazione della tombola. Colà il concerto rosso si unì ad altri due concerti e tutti e tre, fra l'entusiasmo generale, suonarono insieme una «sonata molteplice», così la sentii chiamare da un giovinotto che mi era vicino, e si puliva il cappello ricoperto di polvere con la manica del suo abito turchino.

Dopo la «sonata molteplice», s'incominciò l'estrazione dei numeri della tombola, e io, non avendo cartelle da bucare, ma avendo invece molto tempo da perdere, me ne andai a visitare la cattedrale, per vedere come era stata «riccamente e a studiato disegno parata dal signor Angelo Novembre», e la trovai tutta coperta da lunghe strisce di lana rossa, verde e gialla, da larghe trine d'oro e da lunghi galloni d'argento, che s'avvolgevano alle colonne rivestite di percallina bianca lardellata da pezzetti di talco, di tutti i colori, e da stelle di carta dorata, di tutte le grandezze.

Il signor Angelo Novembre del resto non aveva «parato» soltanto l'interno della chiesa, ma anche l'esterno. Egli ne aveva ornata la facciata con lunghi festoni di lauro e con due cartelloni, sui quali erano dipinte due figure più grandi del vero, che volevano essere San Pietro e San Paolo, ma non ci riuscivano.

Il sole era oramai prossimo al tramonto e le ombre s'allungavano. Riflettendo come il primo tratto della via del ritorno l'avrei dovuto percorrere in sentieri scoscesi e sassosi, decisi di lasciare il paese prima che annottasse e mi misi alla ricerca di Vicienzino. Dopo di averlo cercato invano fra la folla impaziente di vedere appicciare gliu sparo, lo trovai davanti al gran panorama «pittorico-artistico-scientifico-nazionale» che seguiva a bocca aperta e con gli occhi spalancati i gesti del cerretano il quale descriveva le meraviglie che si vedevano nell'«interno». Lo riscossi e gli dissi; — Vicenzino! È ora di andarcene.

Come? Te ne vôi ji, signoria? E gliu sparo?

— Lo vedremo strada facendo. — gli risposi.

Il povero Vicenzino abbassò il capo, come se una immensa sciagura lo avesse colpito, e mi seguì lentamente, volgendo a ogni passo gli occhi verso il panorama, che al chiarore giallo di due fiaccole di sego accese allora allora sorgeva luminoso su la massa scura del contadiname affollato.

Arrivati in un vicolo deserto che andava a morire in un oliveto il mio ciociaretto entrò in una stalla per sellarvi l'asinello, ed io per aspettarlo mi sedetti sur una pietra. Ero lì quando due donne, tenendosi strette per la mano, mi passarono accanto senza vedermi. Una aveva il capo quasi nascosto da un fazzoletto rosso dalle cui pieghe uscivano ciuffi increspati di capelli neri, l'altra, una giovane contadina, vestiva il costume del paese. Dopo pochi passi si fermarono, e quella che aveva il fazzoletto rosso, girati intorno gli occhi sospettosi, prese fra le sue mani una mano dell'altra; vi avvicinò sopra la testa e incominciò a parlare a voce bassa: poi si cavò dal seno un cordoncino bianco, lo baciò e lo annodò al polso della contadina, che dopo di essere rimasta ancora per qualche istante immobile con la testa bassa, corse a raggiungere una sua amica che l'aspettava nascosta dietro al tronco di un vecchio ulivo.

Le due contadine rimasero un momento insieme a discorrere e si allontanarono in fondo all'uliveto, e la donna col fazzoletto rosso, dopo di aver mandato un grido gutturale e strano si avviò adagio adagio verso il paese, ove incominciava a brillar qualche lume.

Senza volerlo avevo assistito ad un sortilegio.