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Nell'uscire dall'osteria di Loretuccio assistetti per pochi istanti a una scena orribile.

In mezzo a molti contadini, avvinazzati, che ridevano, gridavano e sghignazzavano, due, ritti in piedi, si riempivano la strozza di maccheroni. Era una sfida. Entro un bicchiere, sulla tavola ingombra di bucce di cocomero, v'erano due monete da una lira, destinate al vincitore, cioè a colui che avrebbe ingozzato più maccheroni. I piatti di maccheroni si rinnovavano sempre fumanti e i due contadini già sazii si spingevano giù nella gola manate di pasta, imbrattandosi di pomidoro la camicia e il petto su cui scintillavano gli abitini della Vergine e le medaglie benedette. Un orrore!

Tornai sulla piazza. Il sole bruciava. Qualche cane spelacchiato si leccava le zampe al sole e il proprietario del gran panorama «pittorico-artistico-scientifico-nazionale» dormiva su una stuoia gialla col volto nascosto fra le mani. Erano le due. La tombola era annunciata per le cinque. Non sapendo ove andarmi a nascondere, per ripararmi dai raggi del sole ardente, dopo aver sorbito due caffè, mi rifugiai in una bottega di barbiere, sul cui sporto riluceva un grande bacile di ottone.

Il figaro stanco del lungo lavoro compiuto durante la mattina, dormiva; ma quando udì il rumore dei miei passi s'alzò, e fregandosi la schiena indolenzita mi accennò una sedia, l'unica che era là dentro; poi, si armò di una lunga forbice e mi si avvicinò dicendomi: — Vôi il caróso, signoria?

— No, no! — esclamai io, spaventato, incominciando a pentirmi di essere entrato là dentro — Fammi la barba.

La barba? — riprese il contadino tastando la mia guancia con le sue dita di legno — Nun ci hai gniente, signoria, che te vôi fa'? Chello che nun ci hai?

Io restai mortificato. Egli allora appese le forbici a un chiodo infisso nella parete, coperta da una infinità di giornali illustrati, mi impiastricciò il volto di sapone, aprì un rasoio e incominciò a radermi chello che nun ci avevo.

Mentre mi levava la lanugine dalle gote, egli mi assicurò che non aveva appreso da nessuno a rader barbe: — Credi, signoria, — mi disse con un certo senso di orgoglio — credi ch'è stata tutta volontà de la natura.

Uscito dalle granfie del figaro fui preso dal desiderio di andarmi a sdraiare su un po' d'erba. Traversai una strada fiancheggiata da altissimi pioppi e dopo non molto arrivai sur un colle, ove fra bellissimi ulivi che svariavano vagamente al dolce soffiar del ponentino sorgeva una vecchia ed alta torre pronta a narrare a chi volesse ascoltarla la storia di Monte San Giovanni Campano. Benchè essa fosse più discreta di tanti illustri nostri autori, i quali, quando vogliono raccontare la storia di una città nostra, nata qualche secolo dopo l'êra volgare, ne iniziano la narrazione col racconto della creazione del mondo e i più svelti con le biografie di Adamo e d'Eva; benchè essa, la mia bella torre ai cui piedi io m'era coricato, la storia del suo paese la cominciasse soltanto da Carlo VIII, fui vinto dal sonno, chiusi gli occhi e non li riapersi se non quando ricominciarono li bòtti.