Pochi giorni dopo don Folco venne privato dell'esercizio del suo sacro ministero. Quando egli seppe che non avrebbe più potuto celebrare la messa, ritornò a Sora, si appostò in un luogo ove egli sapeva che il vescovo avrebbe dovuto passare, e non appena lo vide da lungi gli gridò: — Neh, 'gnore Vescove, me si tuota la messa? E tu schiatta! Ca te cride che pe' campà' àjo bisogno de magnà' Cristo tutti li juorni? Io campo co gliu mia. — E prima che riuscissero ad agguantarlo se ne scappò su le montagne di Santopadre.

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Una volta il busto di san Folco, che è appunto il patrono di Santopadre, era stato recato processionalmente fuori del paese in una chiesina e colà era stato lasciato esposto per qualche giorno alla venerazione dei fedeli. Finita l'esposizione il simulacro del santo doveva essere riportato al suo domicilio reale, cioè su l'altare maggiore della chiesa da dove era stato tolto, e don Folco si prese l'incarico di trasportarvelo. Andò nella chiesina, si mise sulle spalle il busto, e seguito da qualche contadino che biascicava paternostri, si avviò verso il paese. A metà di una scorciatoia piena d'inciampi, ov'egli s'era messo per abbreviare la via, sdrucciola, e il busto gli esce dalle mani, e brillando al sole si mette a rotolare fra i sassi. Egli prova a ripigliarlo; ma non ci riesce. Allora, rosso di collera si rizza sulla punta dei piedi e allungando le mani verso il santo che se ne andava precipitando a valle gli urla dietro: Ca te pozzino accide', voglio vedè' addò' te vai a fa' fotte'!

I contadini fuggono ancora.

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Un'altra volta don Folco venne chiamato in una borgata vicina al suo paese per celebrarvi un triduo e per recitarvi un sermone. Egli appena salito sul pulpito si volge alle donne e incomincia a gridare senza tanti preamboli che la causa della loro perdizione era 'nu pezzetto de carne. I contadini sgranano tanto d'occhi e le contadine divengono rosse come i loro corpetti di scarlatto. Ma il sacro oratore prosegue imperterrito: — Sì. È 'nu pezzetto de carne. — E soggiunge: — Lo volite véde' qual è? — Le donne abbassano gli occhi pudibonde e don Folco cava fuori un palmo di lingua e ci appunta su il dito. Una clamorosa risata scoppia fra le bianche pareti della chiesa.

Finita la predica don Folco scende dal pulpito, sale i gradini dell'altare maggiore e di lassù dà la benedizione col santissimo. Mentre egli solleva in alto il sacramento un bambino incomincia a miagolare. La sua mamma tenta invano di rabbonirlo. Don Folco si stizzisce, gli va vicino e mostrandogli l'ostensorio: — Ohè, guagliò' — gli grida — vi' ca chesto è bòbbo, e se non le stai quèto le se tuoglie! Dopo la benedizione la chiesa si vuota e gliu prèute ripone il sacramento nella sua custodia e la chiude; ma quando va per estrarre la chiavetta dalla serratura la chiavetta non esce. Egli le tenta tutte per farla uscire; alfine perde la pazienza; dà un pugno sul ciborio ed esclama: — E che ce sta ca dinto? Gliu diavolo!

Il sagrestano che aveva incominciato a spazzare la chiesa gettò la scopa, si fece il segno della croce e scappò via inorridito.

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Ma don Folco oltre alle molte virtù con le quali soleva ornare l'esercizio del suo ministero sacro, ne possedeva anche moltissime altre per adornare, qualora se ne fosse presentata l'occasione, l'esercizio del suo ministero profano; poichè non aveva rivali nel vendere giumente guerce, asini ciechi, vacche zoppe, e nello spacciare merci di cattiva qualità come se fossero state ottime. Egli era così furbo ed arguto e così pronto nella chiacchiera che trovava quasi sempre il gonzo da infinocchiare.