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Io rimasi ancora lassù. Tornai a visitare le rovine della chiesa, e dopo di aver ammirato un olivo gigantesco e una quercia enorme il cui tronco misurava otto metri di circonferenza, mi sedetti su l'erba, appoggiai le spalle ad un rudero, accesi la pipa e mi misi ad ascoltare Mingaccio, il quale, cedendo alle mie dimande, prese a raccontarmi alcune istorielle su don Folco, il prete arguto e beone, sacrilego e buffone a cui il paese di Santopadre va debitore di quella fama che esso gode nelle contrade di tutta la Ciociaria. Tali storielle non mi arrivavano nuove poichè le avevo già udite a narrare qua e là nei paeselli che avevo già visitati; ma le risentivo con piacere: prima perchè le ascoltavo nel luogo istesso dove erano nate, e poi perchè sulla bocca e nelle mani di Mingaccio acquistavano un sapore di comicità irresistibile.

Quasi tutte quelle che egli mi ripeteva si riferivano alla lunga lotta sostenuta dal prete di Santopadre contro il vescovo di Sora: lotta che finì sempre con la vittoria di don Folco, il quale rifugiandosi, quando lo credeva opportuno, fra le rupi delle sue montagne, ove nè la mano nè il piede del suo superiore potevano raggiungerlo, era sempre padrone di fare tutto quello che gli pareva e piaceva infischiandosene altamente di tutti i rimproveri e di tutti i gastighi che gli venivano mandati da Sora. Del resto nella lotta egli era spalleggiato dai suoi compaesani, i quali tenevano l'insigne prelato in conto di un solennissimo jettatore, poichè quando questi in un giro che fece per visitare le parrocchie della sua diocesi si fermò in Santopadre, una forte scossa di terremoto costrinse i santopadresi a fuggire all'aperto e a dormire in terra, nei campi.

Il primo fatto, anzi il primo misfatto per il quale don Folco dovette andare a Sora per farvi la conoscenza del vescovo, se Mingaccio non mi ha male informato, fu il seguente. Poco lungi da Santopadre in una capanna agonizzava un contadino, e don Folco andò a dargli l'estrema unzione. Fece tutto quello che doveva fare e poi si rimise in cammino per ritornarsene a casa. Disgraziatamente, il diavolo, il quale ha la perversa abitudine di seminare di tentazioni le vie battute da coloro che ei vuol perdere, volendo insidiare la virtù del povero prete, fra la capanna da dove questi veniva e la casa verso cui andava ci seminò una osteria con entrovi alcuni contadini che giuocavano il tòcco, un giuoco che si giuoca annaffiandolo con molto vino.

I contadini appena videro passare don Folco lo salutarono cordialmente e don Folco rispose cordialmente ai saluti; gli offrirono da bere e don Folco bebbe; lo invitarono ad entrare nell'osteria e don Folco vi entrò; gli chiesero di giuocare e don Folco giuocò. E giuoca e bevi e bevi e giuoca, insomma il povero prete finì col doversi coricare sopra una panca. Nel coricarsi sentì in una delle tasche qualche cosa che gli dava noia; vi mise dentro la mano, ne cavò quella qualche cosa che lo infastidiva, la posò sur una botte e chiuse gli occhi. Quando li riaperse era notte. Due contadini lo ricondussero a casa. All'indomani l'oste spazzando la sua bottega vide in terra un oggetto che luccicava. Era il vasellino dell'olio santo.

Cinque minuti dopo tutto il paese risapeva l'orribile sacrilegio, e qualche giorno appresso don Folco riceveva l'ordine di recarsi a Sora per render conto del suo peccaminoso operare. Vi andò, e allor che il vescovo prese a tempestarlo di rimproveri egli rimase umilmente a capo chino, in silenzio, aspettando la fine della tempesta; ma quando vide che la tempesta non finiva più si decise di finirla lui, e, rialzato il capo rosso come un pomidoro maturo, si mise a gridare: — Neh, 'gnore vescove, ma che te cride ca co' l'uoglie ch'ajo lassato alla taverna ci avo fatto l'ansalata? Pe' regula de Signoria, dinto a lu vasillo ce ne steva accusi poco ca nun ce n'asciva manco pe' cundi' quatte peparuole. Sì capito mo tu? — E senza aspettare che il vescovo gli rispondesse, gli voltò le spalle e discese in istrada, ove per calmare i nervi esasperati non potè fare a meno di entrare in un caffè e di chiedere una qualche cosa stommateca. Il cameriere gli recò un bicchierino di vino squisito. Don Folco lo bebbe; si leccò le labbra e ne chiese un altro. Poi fece portare sul tavolino la bottiglia, e cercandone il fondo, dimandò al garzone: — Neh, chesto vino che nome tiene?

Lacrima Christi. — gli rispose il cameriere.

Veramènte? — ripigliò don Folco che cominciava a risentir gli effetti di quella lacrima.

— Ma certo! Noi non vendiamo roba adulterata.

E allora — si mise a urlare il prete, battendo il pugno sul tavolino — e allora nun ce lo potevate fa' sta' sino a mo in croce quanno che faceva 'ste lacrime?