— Subitissimo.

— E dove avete la macchina?

— Nel mio laboratorio, qui vicino. — E incominciò a camminare. E io dietro!

Quando arrivammo in una viuzza ch'era un rompicollo, egli si fermò davanti a una porta sgangherata, l'aprì con un calcio, e, pregandomi di aspettarlo, vi entrò. Vi entrai anch'io, e appoggiandomi a un muro scalcinato e ammuffito, scesi due gradini di una scaletta, allungai il collo e vidi, fra due file di botti, il mio fotografo che illuminato da una debole luce rossa, frugava con le mani in una cassetta e ne cavava fagotti e involti che qualche gatto andava ad annusare. Poco dopo tornò su, e dicendomi che in un paese come quello in cui ci trovavamo non si potevano avere pretese e bisognava adattarsi, mi condusse in un orto; spolverò con la manica del suo abito la macchina strafinissima, la mise con non piccola fatica al punto focatico e mi fotografò. Poi si pose sulle spalle la macchina, e seguito da una torma di bambini andò a sviluppare la sua negativa: e io aspettando l'ora di sviluppare la mia colazione, mi arrampicai in un sentiero coperto di rovi e me ne andai a veder da vicino quella torre che avevo già visto da lontano.

Mentre la stavo osservando il fotografo venne ad annunciarmi come la fotografia fosse riuscita in modo superlativo, ed io, commosso fino alle lacrime, lo invitai a voler dividere con me un po' di pane, un po' di vino, una fetta di formaggio di Scanno e poche frutta che avevo fatto comperare da Mingaccio. Mangiammo su l'erba, all'ombra della torre, e poi ci recammo sul colle Campea per vedere le rovine di una chiesa antica, dedicata a S. Pietro, e alcuni ruderi romani i quali per i santopadresi sono nientemeno che gli avanzi di una villa appartenuta a Giunio Decimo Giovenale, il poeta satirico di Aquino.

Ma il mio fotografo, dopo di avere esaminati minuziosamente i ruderi e di averli anche contati, mi disse che, secondo lui, la villa di Giovenale l'era una bala.

— E perchè? — gli dimandai.

Perchè? — mi rispose subito con una sicurezza da non ammettere replica — Perchè l'è umanamente impossibile che un antico romano di talento il quale avrebbe potuto farsi una villa nella sua capitale se ne sia venuto a fabbricare una in un paese come Santopadre.

Il suo ragionamento filava! E poco dopo filò anche lui, dovendo andare a preparare i preparati e a caricare la macchina per eseguire il Consiglio comunale. Prima che mi lasciasse gli chiesi ridendo: — Quanti altri giorni rimarrete qui?

Mah! — mi rispose, alzando le braccia — Subet che avrò eseguito il Consiglio comunale scapperò via, fuggendo. — E si allontanò in fretta.