Nella bottega non c'era nessuno. Picchiai. Dopo un po' un bambino uscì fuori da un cumulo di «generi diversi» e mi disse che il padrone era andato alla messa e che bisognava aspettare. Non sapendo quanto tempo avrei dovuto rimanere là dentro, dopo di avere osservato quanto mai fosse diversa la diversità dei «generi diversi» che ingombravano gli scaffali della bottega, stavo per andarmene, quando entrò un uomo alto, magro, vestito di panno bigio e con un cappellino a cencio che gli copriva appena la metà della chioma folta, crespa e rossastra; si avvicinò al banco e vi picchiò sopra ripetutamente col pugno, facendo ondeggiare i piatti di una stadera e rovesciando un bicchierino senza piede che si appoggiava a una bottiglia nera su la cui pancia rimaneva ancora qualche lettera della parola «Champagne»; tornò a picchiare e poi, scotendo il capo, esclamò: — Quest'animale l'è a la messa!

— Già! — ripetei io — l'animale l'è alla messa.

Allora egli si volse a guardarmi e aggrottando le ciglia, e storcendo la bocca mugolò: — Che paese!

— Che paese! — ripetei ancora io; poi cercando di farlo parlare, gli chiesi: — Ma voi siete di Santopadre?

— Io? Mi son de Milan! — mi rispose subito, e toccandosi il cappellino a cencio e inchinandosi soggiunse: — Fotografo, a servirla.

— Fotografo! E come mai siete quassù?

Mah! — rispose, sospirando — Che cosa mai vuol che gli dica? La vita porca! — Tacque per un momento, e poi vedendo quanto io mi interessassi alle porcherie della sua vita, dopo di avermi assicurato che la sua macchina fotografica con la quale aveva eseguito centinaia di Consigli comunali era una macchina strafinissima, prese a dirmi che lui vendeva anche un mastice vegetale di sua invenzione per accomodare in modo invisibile le rotture di vetri, bicchieri, bottiglie ed altri simili generi di terraglie, mastice a cui egli aveva dato il nome di attaccatutto: che aveva un deposito di oleografie sacre e profane, che parevano vere: e che, qualora se ne fosse presentato il bisogno egli, non soltanto avrebbe saputo adattarsi all'arte meccanica, ritornando al suo stato primitivo bastoni, ombrelli ed altre simili bigiotterie, ma in caso disperato avrebbe potuto anche cavare sangue, impiombare denti e guarire mille altre malattie tanto palesi quanto segrete. E concluse col dirmi: — Eppure, signore, con tutte queste abilità se si campa la vita, bisogna proprio dire che l'è un vero miracolo eccezionale!

Intanto che il milanese parlava, la bottega si era venuta popolando di tre contadini, di due cani e di un prete. Finalmente arrivò il padrone, un vecchio tremolante il quale si mise a soddisfar le richieste dei contadini con una tale lentezza che io sgomento uscii insieme col fotografo, che non la finiva più di portare a mia conoscenza le sue tristissime condizioni e di tessermi l'elogio della sua macchina strafinissima. Comprendendo dove voleva arrivare, per abbreviargli la strada gli dissi: — Volete farmi il ritratto?

— Ma di certo. — mi rispose lui, con gli occhietti che gli brillavano per la contentezza.

— Però bisogna farlo subito.