Il romito finisce per interessarmi e gli rivolgo qualche parola; ma appena egli incomincia a rispondermi son costretto a lasciarlo, poichè i miei compagni mi mandano a dire che mi aspettano per andare sulla cima del monte. I miei amici, che son tutti intorno alla guida, un omino piccolino, ma con tanto di fucile in spalla, quando mi veggono da lontano prendono subito a camminare, ed io li raggiungo e li seguo. Dopo non molto in un luogo chiamato il Campo della Pietra ove troviamo la neve, sentiamo suonare la marcia dell'Aida, e vediamo da lontano uno stendardo sotto cui si muovono molte persone le quali sulla bella distesa bianca sembrano tanti bacherozzoli. Lo stendardo si avvicina, e vi leggiamo scritto disopra: Compagnia di Riofreddo. I pellegrini han lasciato ieri l'ameno paesetto che piglia il nome dal gelido ruscello il quale separa la provincia romana dalla Marsica; han camminato tutta la notte ed ora scendono al santuario. Una vecchia è innanzi a tutti seduta su un somaro e canta; quattro musicanti in uniforme militare la seguono e suonano; gli altri affondando i piedi nella neve, camminano e pregano. Li lasciamo passare; poi, quando i canti, i suoni e le preghiere si spengono nella lontananza ripigliamo la salita; arriviamo al Fosso dei Volatri, e ci fermiamo. Quivi l'omino che ci accompagna mi viene accanto e indicandomi con un largo gesto il luogo in cui siamo mi dice: — Qua mo ce sta la neve, e lei, signoria, nun potete vedere gnente; ma, si lei vieni qua nel tempo che la neve è finita, lei vederessi una cosa che te piacerebbe assai!
— Cioè? — gli domando ridendo, ed egli per tutta risposta scava un po' di neve, discopre un tronco di faggio pieno di acqua congelata, e me lo mostra dicendomi: — De chesti scifi sai quanti ce ne stanno qua sotto? Centinara! — Poi spezza il ghiaccio che vela la superficie dello scifo e soggiunge: — Nell'està' a chesti scifi ce vengheno a béve' le bestie, e si lei puro vòi beve', sentirai che quest'acqua è più fredda de la neve. — Bevo un sorso dell'acqua gelata e mi affretto a raggiungere i miei compagni in un bosco di faggi altissimi sotto i quali si deve camminare con molta attenzione per non mettere i piedi fra i ramponi aguzzati di qualche tagliuola preparata per prendere i lupi, ma disposta, se mai le capitano, ad agguantare anche gli uomini, e poco dopo arriviamo sulla cima del monte dove godiamo una vista maravigliosa. Già, l'Autore per se stesso è bellissimo: densi e verdi boschi di faggi secolari lo rivestono quasi tutto; vasti e pingui altipiani, alcuni dei quali come quelli di Camposecco di Livata e dell'Ossa, sono sui mille e cinquecento metri di altezza, lo allietano con la loro verdura; ed è ricchissimo di acqua. Tutti i rivi cadenti nell'Aniene spumante e veloce sono dell'Autore e si può dire che a Roma è lui che dà da bere: l'acqua Marcia è roba sua.
Ma la vista che si gode dalla sua cima è maravigliosa! Tutte le montagne più alte dell'Appennino centrale: il Vettore, il Gran Sasso, il Velino, la Majella, il Cotento, il Viglio, il Sirente, il Fanfilli e la Semprevisa; gli sorgono intorno e par che si affaccino su gli altri monti per ammirarlo. E l'ammiriamo anche noi, mentre gli stiamo seduti sopra con la schiena appoggiata a una torretta di sassi; ma poi quando, come tutte le cose umane, la nostra ammirazione finisce, ci alziamo; ci grattiamo la schiena indolenzita e incominciamo la discesa. Scendendo io rimango colpito dall'allegrezza dei miei compagni; e allorchè osservo la gioia che provano nel levare i loro piedi dalle rocce aride e dure e nel posarli su l'erbetta verde tenera e fresca di un umido e dolce declivo vagamente fiorito di trifogli, di genziane, di verbene, di primule e di orchidee, e tutto odoroso di mentastri e di salvie, di maggiorane e di timi, comincio a pensare che l'uomo non è stato creato per salire, ma per discendere, e finisco col credere che se egli qualche volta si sobbarca alla dura fatica di arrampicarsi su un monte lo faccia per procurarsi oltre a tanti altri piaceri anche il piacere grandissimo di ritornarsene subito al piano.
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Prima di arrivare al santuario c'incontriamo in un bel vecchio vestito di una larga palandrana e col capo canuto ricoperto da una berretta di panno verde, il quale, segando le corde di un violoncello più antico di lui, canta con un filo di voce lamentosa una lunga canzone. Egli sta sotto a un alto faggio i cui rami fronzuti e dorati dal sole cadente si stendono su alcuni scogli enormi coperti da un morbido tappeto di musco. Gruppi numerosi di pellegrini lo circondano e lo stanno a sentire. Quando l'aedo ha finito di cantare appoggia lo strumento al tronco annoso del grande albero, cava da una borsa di pelle un pacco di canzoni stampate, si leva la vecchia berretta, e le offre a lor signori dietro il modesto compenso di un solo e semplice soldo, cadauna. Due ne vende e due ne compero.
La prima che ha per titolo: «Canzone in lode della S. S. Trinità che si venera sulle montagne di Vallepietra», incomincia così:
Ti confesso in tre persone
Tutte e tre in un'essenza
Tutte e tre d'una potenza
Tutte e tre d'una maestà.