Quando abbandonammo lo studio, sul cielo rasserenato brillavano le stelle e un venticello freddo e leggiero faceva svolazzare il fiocco della cravatta allo scultore, che, calcatosi in testa il cappello a cencio, parlava furiosamente, trinciando l'aria con le mani aperte.

— Michelangelo, Tiziano, Raffaello, Correggio! — diceva — Eccoli qua questi quattro nomi che ci stanno sospesi eternamente sul capo come quattro spade di Damocle. La forma, il colore, la grazia e il chiaroscuro. E noi eccoci qua a bussare alla porta del gran teatro dell'arte, dove si rappresenta quella bella commedia che è il vero. Cari amici, i buoni posti son presi. Non ci resta se non qualche posto di piccionaia. — E si sbottonava nervosamente la giacca. Poi accese un mozzicone di sigaro e scotendo la testa continuò: — Lavoriamo, sudiamo, sgobbiamo, facciamo la grande statua, il gran quadro; e l'ultimo imbecille che gitterà, passando frettoloso, una occhiata sulla nostra opera che sarà costata a noi tante lacrime e tanto sudore, mormorerà allontanandosi il solito Michelangelo per la forma, l'inevitabile Tiziano pel colore, l'ineluttabile Raffaello per la grazia e l'immancabile Correggio pel chiaroscuro. Siamo nati troppo tardi. I buoni posti son presi.

E gittando via il sigaro, ripigliava animandosi sempre più: — E il bello è, che ad ogni istante mi sento urlare alle calcagna da cento voci: lavora! lavora! Ma per chi debbo lavorare? Per il pubblico? Giusto! Proprio per questo ignorante e pitocco che dice di amare i suoi Michelangeli, i suoi Tiziani, i suoi Raffaelli e i suoi Correggi perchè il dirlo non costa niente. Per la gloria? E chi l'ha mai conosciuta questa strega? Dunque? Per chi debbo lavorare? Per chi? — E s'era fermato in mezzo alla via con le mani sui fianchi fissando il terreno fangoso.

— Per i posteri! — gli rispose il triestino, posando in terra la valigetta che tentava di liberarsi dalla cordicella che la stringeva troppo.

— Bravo! — riprese allora lo scultore — Proprio per loro voglio logorarmi la vita! Per questi scrocconi dell'umanità. E che obbligo ho io di lavorare per i posteri? Forse per dare il gusto, di qui a mille anni, a un lustrascarpe milionario di comperare una mia statua per un milione di scudi? Bella soddisfazione! E poi scusa, perchè mai io dovrei lavorare per i posteri? Che cosa hanno fatto loro per noi?

— Niente! — sentenziò il triestino — Niente!

Intanto il vento fresco fischiava nella stradicciuola solitaria, sul cielo brillavano le stelle e dalle vicine campagne venivano i canti tremolanti dei grilli e il gracidare rauco delle rane.

***

Il giorno dopo andai a far visita allo scultore e lo trovai che lavorava attorno a un busto di creta. Ci stringemmo la mano come vecchi amici e mentre volgevo gli occhi verso il suo lavoro: — Per carità — esclamò — non guardi. È roba da morire. Lavoro dalla fotografia ed è proprio un martirio! Ma come si fa? Vivere bisogna!

— Per altro somiglia. — dissi confrontando il busto con una fotografia che l'artista m'aveva presentata.