— Vengo. — rispose la voce di sotto al pavimento di tavole, e s'udì il colpo d'un uscio che si chiudeva.
— È lo scultore che sta qui sotto. — Ci disse il pittore: e non aveva finito di dirlo quando la porta dello studio s'aprì ed entrò un giovinotto tarchiato, vestito d'un camiciotto di tela gialla, con in capo un berretto rosso alla turca. Restò sorpreso nel vederci e poi chiese al triestino: — Non sei partito?
— Parto stasera. Bevi! — E vuotato il resto del vino in un bicchiere, lo porse allo scultore, dicendogli: — Ti presento i nuovi inquilini.
Noi ci inchinammo ed egli dopo aver toccati col suo bicchiere i nostri: domandò al pittore: — E tu? Non bevi?
Il litro era vuoto.
— Aspetta! — fece lo scultore, ed uscì.
— Bravo giovinotto! Bravo giovinotto! — ci disse il triestino posando il bicchiere vuoto sul tavolino: — È un siciliano; e loro che si trattengono qui...
— Accidenti come vien giù! — esclamò lo scultore rientrando di corsa, fradicio d'acqua, cavando un litro e un bicchiere di sotto al camiciotto.
Vuotato il nuovo litro, il triestino ne volle pagare uno anche lui, e allora ognuno trasse di tasca la pipa e s'incominciò a parlare come se ci fossimo conosciuti da cento anni.
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