Mi approssimo alla porticina dalla quale emana un fetore insopportabile di cose putrefatte, e facendo forza a me stesso vi entro e mi trovo in una cantina, dove un filo di luce bianca, attraversando le sbarre nere di una inferriata e strisciando sulle pareti ricoperte di muffa verdognola, illumina fiocamente alcune ombre giacenti nel fango sotto l'acqua che sgocciola dal soffitto.

— Che diamine state a fare qua dentro? — chieggo a una di coteste ombre, e l'ombra aprendo lentamente le braccia mi risponde: — Signò', tengo li dolori pe' l'osse; nun pozzo chiù lavora': tengo moglie e figli piccerilli; so' poverello e voglio la grazia dalla Santissima Ternitane!

***

Appena il primo raggio del sole nascente orla di un filo d'oro le cime azzurre dei monti lontani, i pellegrini si adunano a poco a poco intorno a uno scoglio, sul quale, fra il formicolare della folla, davanti a una immagine sacra si veggono brillare sei candelieri di argento.

— Che cosa succede? — dimando.

J'esce la messa. — mi rispondono più voci ad un tempo. Difatti, annunciato dallo squillare di un campanello, un sacerdote vestito di una pianeta d'oro appare su la porta del santuario, e preceduto da un uomo col fucile in spalla, che gli fa largo, e seguito da un chierico col messale, si avvicina all'immagine sotto cui è una pietra consacrata, e incomincia a celebrare. Il momento della elevazione, quando egli rimane immobile col simbolo del sagrifizio alzato sulla moltitudine tutta prostrata ai suoi piedi e tutta raccolta in un silenzio profondo, è proprio di una solennità incomparabile. Ma è un momento; poichè non appena il prete si apparecchia a dare la comunione, intorno a lui scoppia un tumulto indescrivibile. Uomini e donne, impazienti di avvicinarglisi, cercano di sopraffarsi in tutti i modi, e, pur di arrivare ad ottenere la sacra particola, si ricambiano non solo molte cattive parole, ma anche molti buonissimi fatti, cioè scapaccioni, urtoni, calci, spinte, pugni ed altre simili tenere carezze, e se le ricambiano con tanto calore profano e con così vivo fervore religioso che alcuni contadini coi fucili in pugno, schierati innanzi all'immagine per regolare la distribuzione del pane eucaristico non riescono a tenere indietro gli affamati. Quando Dio vuole, la messa finisce e il prete s'allontana. Nessuno si cura più di lui e tutti si danno alla ricerca di un buon posto per vedere il Pianto e le zitelle.

I posti migliori sarebbero certamente quelli nel breve spazio davanti al santuario; poichè sulla sua terrazzina avrà luogo la funzione; difatti tutti vorrebbero occuparli; ma i più non potendo riuscirci, si rassegnano ad adattarsi dove e come possono, e si arrampicano sulle sporgenze e nelle fenditure della rupe; salgono sugli alberi; si appollaiano fra gli scogli e le rocce; s'accoccolano fra le balze e i greppi; montano sopra le sedie, le panche e le tavole; s'aggrappano alle armature delle baracche; insomma, si accomodano dove e come possono farlo meglio, e aspettano con una pazienza esemplare. E l'attesa non è corta! Alfine s'ode uno scoppiettio, e tutti si volgono dalla parte donde viene il rumore, e gridando: — Èssele!... Èssele!... Vèneno!... Vèneno!... — si additano a vicenda un punto della valle in cui si vede una nuvoletta di fumo. Poco dopo la nuvoletta si dilegua, e sul verde smeraldino di un prato lontano appare qualche cosa che si muove e biancheggia. È il Pianto. La processione viene da Vallepietra, e, ora nascondendosi sotto al verdeggiare degli alberi, ora camminando fra le rocce ignude, sale a poco a poco il dorso della montagna e s'avvicina al santuario.

Innanzi a tutti s'avanzano parecchi contadini vestiti di festa e armati di fucili. Di quando in quando essi si fermano e caricano gli schioppi; poi, gridando e agitando i cappelli ornati di fettucce multicolori, di fiori e di pezzetti di talco scintillanti, sparano e scompaiono sotto un velo di fumo. Dietro ai contadini ondeggia uno stendardo: lo precede un vecchio suonando il tamburo e lo seguono alcuni fanciulletti coperti di risplendenti tuniche argentee e con le ali di cartone indorato su le spalle, i quali di tanto in tanto affondano le manine in una canestra sostenuta dal più grandicello fra loro, ne traggono rose, violette e manciate di fiori di ginestra e le spargono, sorridendo, su la folla inginocchiata. Una ventina di giovinette viene appresso ai fanciulli. Sono le zitelle che piangeranno il Pianto. Abbigliate di abiti bianchi ricamati a fiori d'oro e d'argento e addobbate di lunghi veli candidi esse incedono a due a due, lentamente, in silenzio, a capo chino, tutte con la mano sinistra posata sul cuore, e reggendo con la destra un simbolo della Passione. Dopo di loro sorretta da una diecina di adolescenti, passa una bara adornata di fiori su cui sta disteso il simulacro di un Cristo morto, scolpito e dipinto così bene che, come dicono tutti, pare vivo. Due chierici con gl'incensieri, qualche prete, cinque o sei musicanti, i quali, quando il sentiero non è troppo erto, danno un po' di fiato alle trombe, e un gruppo di festaroli, sorreggendo i doni da offrirsi alla Trinità, seguono la bara; e un drappello di contadini, simile in tutto a quello che l'apre, chiude la pricissione, mescolando di tanto in tanto il fumo puzzolente dei suoi fucili a quello odoroso dei turiboli ondeggianti e rilucenti al sole nelle mani dei chierici.

La pricissione s'apre il cammino fra la calca, giunge al santuario, e vi entra. Le grida, i canti, i suoni e le schioppettate cessano, e quando due chierici vengono ad ornare il davanzale della terrazzina con un tappeto giallo, il silenzio è tale che s'odono soltanto i piccoli gridi delle rondini volanti intorno ai nidi innumerevoli, attaccati alla rupe, ormai tutta quanta illuminata dal sole: non altro. Appena i chierici se ne vanno, un prete con la persona magra ricoperta di una bella cotta candida e pieghettata e con un libro sotto al braccio esce dalla porta della chiesuola. È il suggeritore. Egli si ferma un momento a guardare dall'alto la moltitudine, che giù da basso, immobile e silenziosa guarda lui; si appoggia con le spalle al muro; apre il libro; fa un cenno con la testa; e la rappresentazione incomincia.

Tre zitelle si fanno avanti adagio adagio; s'inchinano e si mettono a cantare una specie di prologo che s'inizia con questa invocazione: