—Nanà, fermati—le disse Filippo prendendole una mano.
Ella si volse.
—Io non ci capisco un bel nulla, di questi tuoi capricci.
—Lo so bene che non capisci nulla. Se tu li avessi capiti, non ci saremmo annoiati l'uno dell'altro in soli otto giorni… ti ricordi, a Parigi. Oppure a quest'ora io sarei già stata tua di nuovo.
—Ammetterai però d'esser un grande originale!
—Sarà benissimo!
Filippo le recinse la vita colle braccia, e Nanà le lasciò fare. La mossa, il gesto del giovane erano stati fatti abbastanza bene, e ciò era bastato perchè Nanà non se ne fosse schermita. Filippo curvò la testa sulla guancia di Nanà, la baciò ardentemente poi le disse in orecchio:
—Che cosa dovrei fare per ridiventarti simpatico?
Nanà ruppe a ridere. Filippo, abbassando lo sguardo sul seno turgido e semicoperto della voluttuosa creatura si sentì nelle vene un fenomeno, come se in esse fosse corso, non del sangue, ma della lava incandescente.
—Che cosa dovresti fare per diventarmi simpatico?—rispose Nanà svincolandosi da lui.—È più facile ch'io ti dica quello che non dovresti fare. Vedi, Filippo, per me il cedere non è questione come per tante altre, nè di tempo, nè di fatti, nè di gratitudine, nè di compassione. A me gli uomini sono simpatici o sono antipatici a prima vista. Dopo due minuti che li ho veduti o che li ho intesi a parlare, io potrei dirti: di questo non sarò mai l'amante, di quello lo sarei stata in tre ore, s'egli mi avesse voluta.