Da una parte della tavola oblunga Nanà stava seduta in mezzo a O'Stiary ed a Sappia; a sinistra del marchesino c'era la Giannella che mangiava a quattro palmenti; poi veniva monsieur Babil, il direttore della Compagnia francese—poi la Luisa, amante del Sappia,—Marliani e madama Bianche.
Dall'altra parte, a destra del conte Enrico, sedeva la Romea, più imbellettata, infarinata e stupida che mai—quindi il Bonaventuri aiutante, la padrona della casa,—il conte di vieille roche—poi la coquette première rôle—poi Ernesto Cantis, lo scrivano dell'avvocato Delguasto,—la prima amorosa—e finalmente il banchiere Strunzinweill, di Francoforte sul Meno, che compiva il giro accanto a madama Bianche.
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In tutto sedici persone, otto uomini e otto donne.
Il cameriere dell'albergo che serviva la tavola, gettando spesso degli sguardi inquieti sotto di essa, tentava di scoprire il segreto lavorìo de' piedi di O'Stiary e di Sappia, e andava con ansia affannosa cercando di indovinare quale fosse fra quegli invitati il preferito da Nanà. Ma essa era impenetrabile; rideva con tutti e faceva bella ciera a tutti nello stesso modo.
Degli altri convitati nessuno sarebbe stato in grado di far quello studio del cameriere. Ciascuno era così occupato di sè stesso, così attento a dissimulare agli occhi di tutti gli altri, tranne che a quelli di Nanà, la propria cotta, che non aveva tempo di fare delle osservazioni fisiologiche sugli altri.
La grande faccenda per essi era di non lasciarsi scorgere preoccupati, e di cercar tutti i mezzi per comparire spigliati e brillanti in faccia a Nanà.
Enrico O'Stiary solo era serio e riservato. Egli non aveva ancora diretto un complimento a Nanà nè alcuna allusione alla propria lettera.
—Voi, conte, siete anche pittore, non è vero?—domandò Nanà ad Enrico sulla fine del pranzo, mentre girando la manovella a vite sgretolava nel casse-noisettes i gusci delle noci di cui era ghiottissima.
—Dilettante?