—Leopoldo,—disse il tutore al palafreniere,—andate ad avvisare il mio sarto che venga qui subito.
—Il suo sarto?—domandò Leopoldo con ironia.—Il portinaio di casa…?
—Ma sì, ma sì, il mio sarto,—replicò don Ignazio,—ci vuol tanto?
Andate.
Poi, rivolgendosi all'Enrico continuava:
—Non è certamente uno dei primi sarti di Milano, ma è bravino e mi è tanto raccomandato dal preposto della parrocchia. E poi, è tanto discreto nei prezzi. Vedi quest'abito?—Così dicendo voltava al contino le spalle per mostrargli una palandra, verdolina sgualcita sui gomiti, che gli faceva delle pieghe da tutte le parti.—Mi sta abbastanza bene, n'è vero? Ebbene, indovina un po' quanto me lo ha messo fuori, compreso stoffa, fodere, bottoni, guarnizioni, spedizioni, tutto insomma?
Enrico conosceva a un dipresso l'umore di suo zio e non fu sorpreso da quella domanda. Si die' a ridere; però rispose:
—Caro il mio zio, non me ne intendo davvero,
—Ma perchè ridi? Sono cose molto più serie di quello che tu imagini. Me lo ha fatto pagare ventinove franchi. E nota che l'ho già fatto voltare e rivoltare.
Enrico era un po' sulle spine. Tutta questa roba gretta, spilorcia, sordida gli faceva provare una specie di angoscia nervosa. S'intese il campanello.
—Saranno le mie donne,—disse il notaio.—Vedrai, vedrai anche la mia Elisa che hai lasciata colle vesti al ginocchio, come si è fatta grande e donna.