Gli spettatori, tranne O'Stiary, giubilavano. Le donne facevano mostra qualche volta di scandolezzarsi onde aver il diritto di dire poi di Nanà cose oscene, per ringraziarla del pranzo.
Quel monologo era una birbonata qualunque, intermezzato da couplets, che Marliani accompagnava al piano.
Gli applausi scoppiavano fragorosi, pazzi, ad ogni refrain.
E le donne intanto sussurravano sottovoce agli uomini di condurle a casa. Una aveva l'emicrania, l'altra male al petto. La Romea protestava mal di denti.
Non c'erano, che la buona Giannella e la signora Fanny, che avessero pigliato il loro partito e che lodassero schiettamente l'artista e la donna bella.
Appena ebbe finito l'ultimo couplet, Nanà fuggì via con un fare modesto ed infantile, che piacque immensamente agli uomini, e che fece sempre più bestemmiar le donne, in petto. Marliani tentò da balordo di seguirla verso la stanza da letto, ma Nanà gli chiuse bravamente l'uscio in faccia.
Questo tratto sollevò una salva sterminata di nuovi applausi, e un ridere saporito e grasso in tutti quanti.
—Che ne dite?—domandò Nanà a Enrico tornando nel salotto vestita come dianzi.
—Voi siete adorabile, e io vi amo come un pazzo—disse Enrico.
Nanà trasse un lungo e tacito respiro dal petto.