—Verrete voi nel mio studio?

—Domani alle due aspettatemi.

VIII.

Lo studio di Enrico era piccino e modesto, un vero studio da dilettante di buon gusto; ma quanta luce e quanta bella roba in esso! Il sole vi entrava a larghe ondate, rischiarandolo tutto in modo uniforme e ricercando gli àngoli più riposti, dove il conte aveva collocati due capolavori della scuola moderna, due Meissonnier che gli erano costati ventimila franchi.

* * * * *

Il ritratto di Nanà stava sul cavalletto.

Fate conto che siano passati dieci o dodici giorni da quello del pranzo di Nanà. Il di lei ritratto era a buon porto, e molto riuscito. L'amore aveva fatto far miracoli al pennello di Enrico.

Ma che sorta d'amore era il suo? Non amava egli già la sua Elisa?

Ahimè!

Quella sera che Enrico aveva veduta Nanà, per la prima volta, scender dal brougahm sotto i raggi del lampione del caffè dell'Europa ed entrare nella porta dell'Hôtel de la Ville aveva dovuto accorgersi che il sentimento casto, tranquillo, soave e profondo ch'ei provava per la cara vergine compagna della sua infanzia non era ciò ch'egli aveva imaginato dover essere l'amore. Il cuore egli se l'era pur sentito battere con forza anche la prima volta che aveva riveduta la sua Elisa di ritorno dal campo nel 1866—ve ne ricorderete. La bella creatura era stata certo il pensiero costante de' suoi anni giovanili anche in mezzo alle sue scappate da figliuol prodigo… Ma ora non c'era paragone. Al cospetto di Elisa una dolcezza sovrana, una confidenza, una tenerezza priva di desiderî e purissima, una ammirazione della bella persona e del dolce e onesto sguardo, per così dire, lo ispiravano. Al vedere Nanà un tuffo violento nel sangue, un calor subitaneo in tutte le membra, una foga di desideri e di voluttà lo invadevano tutto.