Enrico la strinse sul petto. Ella si sciolse, scivolando fuori dell'abbraccio, e dicendo in francese:
—Voyons! Pas de bêtises!
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La frase fu crudele per Enrico.
Prese il cappello e uscì.
Nanà non lo richiamò.
Ella si conosceva. Temeva che il subitaneo bollor del sangue non le facesse perdere il frutto della sua lunga resistenza.
Ma Enrico era troppo leale e troppo inesperto per una simile donna.
Del resto, cogli ardimenti della fantasia Nanà aveva risolto il problema di restare casta, con Enrico, pur non soffrendo. Ella non avrebbe potuto resistere altrimenti. Trovava il suo amante così timido, così riguardoso e così bello, che anche con tutta la potenza del calcolo di cui si era armata, ella era sicura che non avrebbe saputo sempre trovare la virtù della resistenza, se la fantasia, avvezza a ben altro, non le avesse prestato spontaneamente collo sfogo, il suo aiuto. Quando Enrico, al colmo della passione le ricingeva la vita e la copriva di insaziabili baci, ella si abbandonava per un istante alle voluttà di quell'adorazione e gemeva come donna a cui pel soverchio piacere sta per mancare la vita; poi si scioglieva a un tratto da lui, sicura ormai di non cedere. Era l'abbominazione d'una depravazione parigina, che, se Dio vuole, non è ancora comune fra le nostre donne!
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