—No, il cavallo. Egli lo monta e lo attacca alla carrettella.
—Mi pare che sarà un po' difficile che lo possa montar io.
—Ma perchè? Il mio amico lo montava tutti i dopo pranzo sul bastione, e bisognava vedere che brio. Adesso, povero diavolo, deve come aver sofferto delle disgrazie nel cacao, e gli tocca di vendere il cavallo per pagare i debiti.
—Ma è impossibile!
—Si può sapere il perchè?
—Caro zio, un cavallo che costa un tozzo di pane o è una gran rozza di figura, oppure è tanto vizioso, che mi farà rompere l'osso del collo in meno di quella.
—Tutt'altro invece. Vedi come sbagli—sclamò il tutore credendo aver trovata una gran ragione in contrario.—Quel mio amico non si è mai rotto l'osso del collo, quantunque siano già diciotto o vent'anni che lo monta.
Enrico scoppiò in una grande risata. Il tutore capì d'aver detta senz'accorgersi una minchioneria.
—Venti, e tre di puledro, ventitre per lo meno. Tu dunque zio vorresti darmi il cavallo dell'Apocalisse? Sarebbe più vecchio di me. Se lo montassi mancherei di rispetto al Luogo Pio Trivulzio!
—Bene, bene insomma, al cavallo ci penseremo più tardi,—disse don Ignazio levandosi—Oggi siamo intesi; aspettami qui che ti porterò la prima quindicina dei minuti piaceri.