Anche quella titubanza dignitosa, anzi superba, di Enrico, gli piacque; egli non s'adontò che il giovine conte fosse restìo ad accettare la sua donazione. Gli si avvicinò e gli disse:
—Sei tutto tuo padre! Ma pensa che la Elisa ti ama….
E additò la cara fanciulla che stava presso donna Eugenia.
I di lei occhi, maravigliati, pieni di riconoscenza, intenti, inondati da una gioia che non lasciava più luogo a dubbio, stavano fissi in quelli del marchese.
Ella si spiccò da sua madre, si slanciò con subitaneo moto verso di lui, gli prese la mano e sclamò:
—Ah, come l'adoro lei, marchese. Come è buono! E questo valse all'Enrico come cento perdoni.
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Io ho fiducia che il lettore mi dispensi volentieri dal riferire la storia retrospettiva del viaggetto affannoso di Enrico verso Parigi, in cerca di Nanà, che viaggiava invece verso la Piccola Russia, col principe Kuvaloff; come pure che egli non desideri ch'io gli debba descrivere la delusione di Rubieri, quando venne a pranzo e si trovò pulita la bocca. Nè come sia andata a finir la faccenda—che restò incruentissima del resto—fra Marliani e Cantis—nè a raccontargli del fallimento della Romea, inezie tutte che facilmente si sciolgono coll'imaginazione.
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Quanto a Nanà, non stette più di un mese col principe Kuvaloff. Quand'egli cominciò a trattarla a furia di knout, essa cercò in Kiew un suo compatriota parrucchiere, che tornava in occidente, e si fece rapire da lui.